Habana, la bella indiana

Una fontana in marmo di Carrara per L’Avana commissionata a Giuseppe Gaggini

La figura della «Habana» in marmo realizzata da Giuseppe Gaggini
Marco Riccòmini |

«Nella località del Carmine in Genova, e propriamente in quel tratto di via che dall’Albergo di Carbonara mette sulla piazza della chiesa, vide la luce Giuseppe» (Gaggini: Genova, 1791-1867) che, «seguitando il metodo a lui tracciato dall’insigne Canova, affermò in Italia e fuori, in pubblico ed in privato, nel Tempio e nella Reggia, come la città imperante sul Commercio e sulla Navigazione potesse andar pure superba d’aver dati nuovi slanci al genio dell’arte italica».

Così scriveva Luigi Augusto Cervetto nel 1903. Eppure, avvertiva il biografo, «i primi suoi anni trascorsero tra le agitazioni della rivoluzione ed il succedersi di uomini armati, di gente straniera, di mutazioni politiche...», una partenza in salita per lo scultore così amato da Carlo Alberto di Savoia che lo fece cavaliere dell’Ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro.

Tra le commesse giunte dall’estero ci fu anche quella d’una fontana in marmo di Carrara per L’Avana. La chiamata giunse nel 1837 da Claudio José Bernabé Martínez de Pinillos y Ceballos (L’Avana, 1780-Madrid, 1852), secondo conte di Villanueva, primo visconte di Valvanera, vice sovrintendente generale de la Real Hacienda de Cuba, tesoriere generale del Ejército y Real Hacienda, senatore e Grande de España.

L’idea era quella di erigere un monumento alla leggendaria indiana chiamata «Habana» da cui trasse il nome la città, corona di piume e faretra in spalla, circondata da delfini tra giochi e zampilli d’acqua, che abbracciava una cornucopia traboccante dei frutti e delle ricchezze offerte senza sforzi da quell’angolo di paradiso sotto la corona di Castilla y León.

Chissà che cosa avrebbe pensato il Villanueva y Valvanera ma, soprattutto, il cavalier Gaggini da Genova, di tutto quel trambusto che sconvolse L’Avana un centinaio di anni più tardi quando, proprio come nella sua infanzia genovese, tra le vie Monte e Dragones, sul Paseo del Prado e sotto El Capitolio, ossia ai piedi della sua Fuente de la India, si assistette a una vera e propria «rivoluzione e il succedersi di uomini armati, di gente straniera, di mutazioni politiche...». Gente straniera? Beh, il «Che» non era forse argentino?

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