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Restauro

Guercino visto da vicino

Durante i lavori di consolidamento post sisma di Casa Provenzali a Cento è stato portato in luce il fregio ritrovato da Sir Denis Mahon

«Telamone» del Guercino, Cento, Casa Provenzali

Maggio 1936.
C’era una strana aria di festa per il paese. Già dalla prima mattina si erano formati capannelli di persone tra la piazza e il corso del Guercino, i caffè erano pieni di gente. E poi erano spuntati tricolori ai pennoni dei palazzi, sui balconi e perfino sulle insegne dei negozi. Lo aveva letto sul «Carlino» che la presa di Addis Abeba era imminente, questione di giorni, anzi di ore, anche se bisognò attendere fino all’indomani per ascoltare l’annuncio alla radio della vittoria «folgorante» delle truppe comandate dal maresciallo Badoglio.

Specchiandosi in una vetrina si aggiustò la riga tra i capelli biondo cenere e, sistematosi il nodo della cravatta, tirò il cordone del campanello. Dopo qualche minuto di attesa, udì dei passi da dietro il portone e il tramestio del catenaccio. Non che l’italiano lo parlasse con scioltezza (non ci sarebbe arrivato mai, nonostante una vita intera spesa a fare la spola con l’Inghilterra) ma, sfoderando il suo miglior sorriso, si presentò a chi gli stava aprendo. «Buongiorno», disse, accennando un mezzo inchino. Il mio nome è Denis Mahon. Fin qui, fu capito. Poi, spiegare che era lì per via della guida del Dondini (1768), fu un po’ più complicato. Sì, certo; lo sapevano che avrebbe dovuto esserci un affresco del Guercino, come scrivevano le fonti. Peccato, però, che non ci fosse.

«Entrate pure, si guardino attorno; no, quello è il bagno, è in disordine, scusate». «Eppure, c’è scritto chiaro e tondo: vede?». «Sì, vedo. Però vedete anche voi che qui non c’è nulla». In effetti, alzando gli occhi, il plafond color crema aveva solo un bordo decorato con una cornice a righe azzurre e cremisi. Tuttavia, ora che tenevano tutti quanti il naso all’insù, un dubbio si insinuò nelle loro teste. Se quello fosse solo un controsoffitto? E se provassimo a calarci dal granaio per vedere se, per caso, ci fosse qualcosa tra il tetto e le travi? Questo è matto, pensò l’avvocato Benazzi, commendatore del Regno, uomo tutto d’un pezzo come si sarebbe detto una volta.

Fu così che, pur privo d’un fisico atletico, impacciato dall’abito, di panno nero nonostante la stagione (abito che non avrebbe più cambiato per il resto della vita e che indossava anche per settimane intere, come faceva anche con le camicie, sempre bianche, almeno all’inizio), il ventiseienne Mahon, legato in vita a una fune, si calò da una botola nel tetto fino a una trave maestra. E da lì, in bilico, dirigendo la sua pila elettrica sulle pareti, trovò con un’emozione che gli faceva battere forte il cuore, il fregio che il giovane Guercino dipinse ventiduenne (1613-14) con le storie del mitico Provenco. Quella sua scoperta apparve mesi dopo sul «Burlington Magazine», con le foto che scattò Villani di Bologna, anch’egli assicurato a una fune calata tra tegole e coppi.

Maggio 2012 (settantasei anni dopo).
«Alle 4.03 di domenica mattina, c’è stato un terremoto di magnitudo 5.9 con epicentro a pochi chilometri di distanza da Finale Emilia, in provincia di Modena. Nelle ore seguenti ci sono state decine di altre scosse minori che hanno interessato la medesima area causando seri danni agli edifici nel Ferrarese e nel Modenese» (Emanuele Menietti, «Il Post», 20 maggio 2012).

Maggio 2020 (ottantaquattro anni dopo).
Alla fine, i soldi per la ricostruzione sono arrivati anche a Cento. Così, gli eredi dell’avvocato Benazzi, approfittando dei lavori di consolidamento del palazzo, hanno deciso di abbattere il controsoffitto e restaurare il fregio del Guercino. Calarsi dal tetto avrebbe avuto il sapore di un’avventura, ma l’emozione è stata forte anche soltanto salendo le scale di metallo dei ponteggi come mi è successo per i sopralluoghi del film «Guercino. Uno su Cento», sostenuto dalla Regione Emilia-Romagna (e in cerca di nuovi sponsor, mi ricordano dalla regia).

Quel che colpisce, alla luce fredda dei neon, sono i telamoni che si fingono di pietra bianca, presi a prestito da quelli dei Carracci in Palazzo Fava a Bologna. Le ombre, però, sono già di quel viola intenso che rimarrà il tubetto di colore preferito dal Guercino per il resto della sua vita. Sue sono anche certe figure «svelte» su qualche formella di legno del soffitto che finora sono passate inosservate. Insomma, non tutti i mali (come il terremoto) vengono per nuocere. E presto un capolavoro celato al mondo sarà nuovamente visibile a tutti o, almeno, agli ospiti dei fortunati padroni di casa.

Marco Riccòmini, edizione online, 26 agosto 2020


  • «Costellazione» del Guercino, Cento, Casa Provenzali
  • «Telamone» del Guercino, Cento, Casa Provenzali

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