Gli sguardi di Grace Weir

L’artista irlandese, che aveva rappresentato il suo Paese alla Biennale di Venezia del 2001, è protagonista di un percorso espositivo tra video e immagini che approfondisce le diverse teorie della visione

Una veduta dell’allestimento della mostra «For every line, a point not on it» alla galleria Alessandra Bonomo
Silvano Manganaro |  | Roma

In località Monteluco, sulla collina che domina Spoleto, esiste una piccolo convento chiamato Eremo di Santa Maria Maddalena. Quest’ultimo, da quando fu acquistato da Lorenzo e Marilena Bonomo, è diventato un “luogo sacro” dell’arte contemporanea: nel 1971, infatti, ha ospitato Sol LeWitt e Mel Bochner i quali hanno realizzato una serie di opere d’arte direttamente sulle pareti. Negli anni, in quegli stessi ambienti, si sono poi succeduti artisti come Richard Nonas, Pat Steir, Joel Fischer, Richard Tuttle ecc.

Nel 2023, per volontà e dedizione di Alessandra Bonomo (una delle due figlie galleriste di Marilena), questo stesso edificio ha accolto in residenza l’artista irlandese Grace Weir (Dublino, 1962) che, colpita dal potere evocativo del luogo, ha deciso di realizzare il video «For every line, a point not on it». Il titolo del lavoro ha dato poi il nome alla mostra ospitata in questi giorni dalla galleria romana di via del Gesù  (fino al 16 gennaio), il cui percorso è composto non solo dal succitato video (realizzato con il supporto dell’Arts Council of Ireland ed il Mahler & LeWitt Studio) ma anche da una serie di lavori fotografici e una seconda proiezione dal titolo «In parallel».

L’intera mostra ha come fil rouge «l’orientamento geometrico della rappresentazione», ovvero una riflessione su diverse teorie della visione (che vanno dal mondo antico all’arte concettuale) incarnate in lunghi video riflessivi e in circa venti opere, soprattutto scatti, che partono da originalissime sperimentazioni tecniche evocanti i rayogrammi di Man Ray (anche se realizzate con prismi e inchiostri non resistenti alla luce). Grace Weir che, ricordiamo, ha rappresentato l'Irlanda alla 49a Biennale Internazionale di Venezia nel 2001, sembra indagare le caratteristiche essenziali della scienza e della geometria e la loro possibile messa in discussione.

In un percorso che ha a che fare con la linearità dei concetti logici e scientifici e la poeticità del mondo che ci circonda, tanto attraverso i video quanto nelle opere su carta, la Weir apre degli squarci sulla visione e sulla schematicità dello sguardo. È il tempo, però, secondo la visione dell’artista, che tutto trasforma e plasma, sia se si guarda alla storia dell’Eremo di Monteluco sia se si cerca di catturare la luce di Betelgeuse (la stella morente lontana 640 anni luce dalla terra). Parlando dei suoi lavori ha infatti dichiarato: «Ero interessata alla possibilità di creare un movimento continuo […] tra passato e presente. Non esiste mai un’immagine perfetta e risolta, solo una còlta in diversi momenti. La qualità materiale dà spazio a quella temporale ed è il tempo a dare forma all’opera».

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