Gli archeologi identificano le vittime di Hamas

Quindici specialisti dell’Israel Antiquities Authority sono impegnati nei kibbutz massacrati il 7 ottobre per il riconoscimento dei corpi e l’individuazione delle tracce delle persone rapite

Gli archeologi dell’Israel Antiquities Authority (Iaa) al lavoro per identificare le vittime dell’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre
Karen Chernick |  | Gerusalemme

Non mancherebbe il lavoro nelle aree di scavo per l’Israel Antiquities Authority (Iaa), un’autorità governativa indipendente responsabile dello scavo, della conservazione e dello studio delle reliquie millenarie della regione. Tuttavia, nelle ultime settimane, un team di 15 archeologi dell’Iaa è stato impegnato in un compito molto diverso: aiutare a identificare le vittime dell’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre, durante il quale circa 1.200 israeliani sono stati uccisi e circa 240 presi in ostaggio.

È la prima volta che l’Iaa scava in un sito «contemporaneo»: «I metodi archeologici impiegati nei siti antichi sono simili a quelli applicati in questo caso, ha dichiarato un portavoce dell’Iaa. Ma una cosa sono i resti di 2mila anni fa, un’altra, straziante, è ricercare trace delle nostre sorelle e dei nostri fratelli». Il lavoro iniziale è stato svolto dai volontari di Zaka, un’organizzazione non governativa di ricerca e salvataggio che assiste i servizi di emergenza dopo attacchi terroristici e altri casi di morte violenta. L’identificazione è stata particolarmente difficile per le vittime del 7 ottobre, i cui corpi sono stati mutilati e inceneriti.

Circa due settimane dopo l’attacco, il colonnello delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) Yossi Cohen ha chiesto assistenza all’Iaa. «Quello che facciamo, in realtà, è intervenire nella fase finale, quando lo Zaka non è più in grado di trovare elementi significativi, spiega Shai Halevi, fotografo dell’Iaa abitualmente impegnato nella produzione di immagini tridimensionali e che dal 2010 fotografa i Rotoli del Mar Morto. Utilizziamo metodi archeologici per esaminare gli strati di distruzione, setacciare le case e rimuovere tutti gli strati rilevanti, filtrare e identificare componenti umani come frammenti di ossa e oggetti come orecchini. Attraverso questi risultati siamo in grado di rispondere agli interrogativi sulle persone scomparse».

Gli archeologi hanno utilizzato tecniche differenti rispetto al normale lavoro sul campo, come la suddivisione degli spazi in griglie, il posizionamento della cenere, delle macerie e delle ossa di ogni quadrante in sacchi separati e il vaglio del contenuto attraverso un setaccio. In alcuni casi, gli archeologi hanno raccolto dai familiari dettagli che potessero aiutare l’identificazione, come ad esempio se gli scomparsi avessero protesi o dispositivi medici impiantati.

«Abbiamo visto cose che nessuno dovrebbe mai vedere», ha dichiarato a «The Economist» Moshe Ajami, archeologo biblico e vicedirettore dell’Iaa. Gli archeologi sperano di contribuire anche a far capire chi è stato assassinato e chi preso in ostaggio. «È un sentimento duplice: vuoi davvero trovare qualcosa o non vuoi? In un caso significa certificare la morte di una persona, nell’altro tutti restiamo nel limbo del non sapere...», ha detto l’archeologo Joe Uziel alla Reuters. E a volte i resti delle vittime sono mescolati a quelli dei terroristi. Inizialmente, gli archeologi si sono concentrati sull’ultima posizione nota di ogni persona. Con l’avanzare dei lavori, il team ha iniziato a esaminare tutte le case e le auto bruciate nell’attacco del 7 ottobre.

A oggi, l’Iaa ha esaminato i kibbutz Be’eri, Nir Oz, Kissufim, Alumim e Kfar Aza e circa 20 comunità devastate, oltre al parcheggio vicino al kibbutz Re’im contenente le auto bruciate del Supernova Music Festival, dove sono state uccise più di 360 persone. Durante le ricerche, a volte in presenza delle famiglie delle vittime, gli archeologi abituati a maneggiare le prove di un’anonima vita antica si trovano di fronte a un presente molto tangibile. Per molti è difficile conoscere i dettagli delle persone che cercano. «Ogni volta che c’è stato un briefing e ci è stato detto che saremmo entrati nella casa di una tale persona, non ho ascoltato, dice Halevi. Non voglio associare nomi reali alle prove che trovo. Potrebbe essere un uomo o una donna, io non voglio saperlo».

Oltre alle difficoltà emotive del loro lavoro, questi archeologi hanno svolto la loro attività anche sotto la minaccia dei missili. All’inizio c’erano svariati attacchi al giorno, riferisce Halevi, e il numero è lentamente diminuito. «Abbiamo rifugi mobili sul campo e ambienti protetti, che non servono durante gli attacchi terroristici ma aiutano durante quelli missilistici, dice Halevi. Se invece stiamo lavorando all’aperto, ci sdraiamo a terra. Ci sono stati giorni in cui abbiamo lavorato con giubbotti antiproiettile ed elmetti». Ma restano da identificare centinaia di vittime. «La nostra speranza è di poter contribuire all’identificazione certa per il maggior numero di famiglie possibile, ha dichiarato Eli Escusido, direttore dell’Iaa. È un onore e una grande responsabilità, che i nostri archeologi stanno portando avanti con grande rispetto».

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