Gli anni ruggenti di Toti Scialoja

Alla Galleria dello Scudo la stagione più nota del pittore romano e l’occasione per la presentazione del suo catalogo generale

«Due orizzonti n. 2» (1959), di Toti Scialoja (particolare)
Camilla Bertoni |  | Verona

Partono dagli ultimi anni ’50 le opere selezionate dalla Galleria dello Scudo per la mostra di «Toti Scialoja. Impronte. Opere 1957-1963», in collaborazione con la fondazione dedicata all’artista romano (dal 16 dicembre al 30 marzo 2024). Per l’occasione viene presentato anche il Catalogo generale dei dipinti e delle sculture 1940-1998 curato, così come il percorso espositivo, da Giuseppe Appella, che da anni si occupa anche di cataloghi generali di artisti. A lui abbiamo rivolto qualche domanda.

Perché ha scelto quel periodo?
In quegli anni il Giornale di Pittura e le lettere a Gabriella Drudi, critica d’arte e scrittrice, sono un controcanto delle «Impronte» dove idea, gesto e metodo si fanno chiari per produrre un puro effetto, diretto, sulla superficie. Un linguaggio immediatamente fuori dai confini.

Quali sono le forme della pittura di Scialoja in quel tempo e la relazione con la poesia?
Bastano le parole di Gabriella per definirla: «La tua pittura lenta e pigra, tenera spessa morbida, indistinta o anche la forma nera che ti taglia la strada, l’incubo della determinazione, il limite dell’umano». Non escono libri di poesia tra il ’57 e il ’63, tuttavia Il segno della corda, apparso nel ’52 e Memorie insufficienti, pubblicato in Botteghe oscure nel ’53, confermano quanto sottolineato da Montale: un temperamento dall’acuta sensibilità che si nutre quotidianamente di poesia per pervenire alla stupefazione.

Scialoja adottava allora una nuova tecnica...
Il colore viene spalmato su cento carte di giornale che ingombrano lo studio, «finché un giorno, forse un colpo di vento rovesciò un foglio sulla tela» che stampa battendo forte con le mani. Ecco lo spazio farsi luogo ideale e mitico evitando di pervenire a un archetipo primordiale.

A proposito delle opere in mostra?
La mostra inizia con «Il sette di settembre» del 1957 che dà il via alla serie costruita con lo «stampaggio». Da ora, la geometria dei ritmi suggeriti dal gesto per raggiungere l’essenzialità non conosce soste e costituisce, negli anni a venire, la diversità di Scialoja, quel non essere, come dirà Motherwell, un artista manierista, «mentre quasi tutti gli altri artisti europei influenzati dall’Espressionismo astratto lo sono stati». Ecco, «Acceso n. 2» del 1958, «Due orizzonti» del 1959, «Greenwich bianco» del 1960, «Estinzione-Agnus» del 1961, «Kensington Garden» del 1962, «Corda bianca» del 1963. Dall’uno all’altro, una progressiva rinascita mediante una rigorosa, essenziale e segreta grammatica ritmica che coniuga le risorse liriche della luce e quella che lui chiama «una seconda natura», ovvero sensualità, emotività, sogni.

Scialoja nella scena artistica di quegli anni: che cosa emerge?
La presenza di Scialoja è segnata dalla diversità, dalla tensione interiore che sostiene la crescita del quadro, nel gesto unico che si ripete, che allinea e non compone ma provoca risonanze e molteplicità espressive, nell’impegno-cerimoniale psicofisico affrontato nella preparazione e nella messa a fuoco dell’opera, nel rapporto evidente che c’è tra il pittore e il critico. Nella storia dell’arte italiana, e non solo, della seconda metà del Novecento, Scialoja è l’unico ad aver fatto della deduzione critica un mezzo di creatività.

Qual è la relazione con gli artisti americani e francesi che ha conosciuto?
Bisogna tener presente che la pittura, nata in Scialoja come un modo più diretto di espressione, ha sostituito la musica alla quale era stato indirizzato. Da ciò procede la scoperta di Mafai, Scipione, Morandi, Van Gogh, Soutine, in un processo verso l’universale, contrassegnato da una natura aggressiva, sensuale, irrazionale, ilare, che contraddistingue i diversi periodi, dall’Espressionismo al Cubismo, Cézanne in testa, dall’elemento tempo che scandisce il percorso delle «impronte» alla conquista del significato dello spazio, lo «spazio patria», e delle immagini impulsive che con ritmo e fantasia occupano questo spazio. La pittura deve essere «affermazione immediata di una emozione», perciò ha la folgorazione di Gorky ma anche gli occhi spalancati su Kline, Rothko, De Kooning, Motherwell.

Ci parla del «Catalogo generale dei dipinti e delle sculture 1940-1998» pubblicato da Silvana Editoriale?
È stato organizzato facendo riferimento ai materiali raccolti nella Fondazione Scialoja di Roma. Scialoja ha conservato tutto e ciò ha permesso la costruzione di un lungo capitolo dedicato a «Vita, opere e fortuna critica», tale da consentire di rintracciare e di schedare parte delle opere disperse o dimenticate e di mettere in luce la trama delle amicizie e del sistema dell’arte dagli anni del dopoguerra agli anni ’90. Di grande aiuto gli scritti dell’artista che, in parallelo, ha svolto un’intensa attività di teorico del proprio lavoro, spaziando in più campi espressivi. La sola corrispondenza ha richiesto un anno di letture e di confronti, a riprova del suo alto senso della storia. Si consegna uno Scialoja quasi inedito che fa capo a una frase del suo diario: «Dipingere è diventato per me quello che doveva essere per i pittori antichi: un modo di “imitare per amore”».

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