Fino a farsi sanguinare le mani

Nella Galleria Poggiali a Firenze gli impetuosi, e meno noti in Italia, dipinti di Arnulf Rainer degli anni ’80 e ’90. Intervista al curatore Helmut Friedel

Arnulf Rainer, «Untitled», 1980
Laura Lombardi |  | Firenze

«Colori nelle mani» è il titolo della mostra di Arnulf Rainer (Baden, Vienna 1929) che inaugura il 2 ottobre nelle due sedi della Galleria Poggiali, a cura di Helmut Friedel e con in catalogo un testo dello stesso Friedel, uno di Giovanni Iovane e l’altro di Sergio Risaliti. Un titolo forse insolito per chi di Rainer, pittore, incisore, fotografo, ha nella mente le celebri «Face-farces» dal 1968, dove il colore non è protagonista come, invece, nella serie di opere scelte da Friedel per la mostra fiorentina (visibile fino all’8 gennaio), assai meno note al pubblico italiano e che si riferiscono agli anni ’80 e ’90.

Quali sono, Helmut Friedel, le ragioni di questa scelta?
Non volevo fare una mostra antologica dell’opera di Rainer, mi interessava esporre due specifiche fasi del suo lavoro, augurandomi poi in futuro di dedicare un’altra mostra all’attività degli anni precedenti. L’esposizione si concentra sui cicli di opere dei primi anni ’80 e dei primi anni Novanta che pur discendono in linea diretta dagli studi di Rainer fin dagli anni ’50 e ’60 sulla propria fisionomia, le “Face farces” e le sovrapitture (Übermalungen), e da quelli sul linguaggio del corpo negli anni ’70.

Come nascono questi dipinti, che fanno seguito alle sovrapitture di maschere funerarie di fine anni Settanta e sono contemporanee alla serie dedicata a Hiroshima?
Sono opere che colpiscono per la violenza e l’intensità che emanano, e molto complesse formalmente quando ci si sofferma a contemplarle. Rainer racconta che una volta, all’inizio degli anni ’80, mentre stava dipingendo con impeto sulla tela, il pennello si ruppe e lui decise di continuare direttamente con le mani, fino ad avere le dita insanguinate. Da allora scelse di abbandonare la tela e dipingere con colori a olio su carte di una marca tedesca di alta qualità, poi incollate su tavole di legno. Il pavimento del suo studio era disseminato di queste carte e lui dipingeva in ginocchio per ore e ore fino a essere fisicamente distrutto anche dall’odore del colore. Un vero corpo a corpo con la materia.

La disposizione sul pavimento anziché sul cavalletto o la parete fa pensareal dripping di Pollock…
Sì, ma Rainer va oltre, perché interviene sulla materia con le sue stesse mani. È interessante a questo proposito ricordare l’etimologia di materia che è il mater latino, mentre il pennello rimanda al pene. Pollock riduce la distanza tra mano dell’artista e opera, ma Rainer la annulla.

In fatto di mani sorge spontaneo il riferimento a Tiziano che sui dipinti tardi lascia tracce delle dita.
È vero, ma Tiziano interveniva su una materia pittorica che già aveva disteso sulla tela, mentre Rainer dipinge proprio fin dall’inizio con le mani raggiungendo l’effetto di un fuoco d’artificio, di un vulcano. Dopo aver lasciato seccare la prima stesura, egli interviene anche apponendo altri strati di pittura a olio, dando un effetto di profondità e di movimento molto forte. L’importanza della tradizione pittorica antica nelle sue opere è molto presente. Infatti, uno dei lavori che sono in mostra, dei primi anni Novanta, reca in sottile rilievo un frammento di angelo tratto proprio da Giotto.

L’opera di cui parla è nella sede della galleria di via Benedetta, dove i dipinti, tutti dei primi anni ’80 (eccetto la Croce con l’angelo prima citata) sono distanziati per meglio fruire della loro intensità materica e cromatica.
Ho scelto questa disposizione perché mi sembrava che la struttura della galleria potesse rimandare a quella di una chiesa e ho voluto collocarle come fossero pale d’altare lungo una navata.

Veniamo ora alle opere degli anni ’90, nelle quali Rainer torna a usare il pennello.
Rainer negli anni Novanta predilige una materia più liquida: alcune opere sono come pelli o piante guardate al microscopio, altre rimandano alla volta celeste. In alcune troviamo segni incisi, rilievi sottili, in altri buchi praticati nel legno e il colore che si insinua in diversi rivoli e velature diverse. C’è un senso di segreto da svelare, e infatti lui li intitola «Velette» con riferimento a quelle che le donne avevano attaccate ai loro cappelli per celare il volto: e questo proprio per suggerire il mistero da «svelare», i significati da penetrare.

Come pensa che la mostra possa «dialogare» col sistema dell’arte?
Rainer si tiene fuori dal grande gioco politico dell’arte oggi. La sua è una potente riflessione sulla pittura stessa, sull’arte nel suo farsi e non sui contenuti. A Rainer non interessa trattare i temi politically correct che tanto piacciono ai curatori.

Ma questa è una scelta politica!
Certo, sì, rivendica la responsabilità dell’artista, il suo ruolo, la sua forza nel trasmettere sensazioni e pensieri attraverso la forma della pittura stessa.

© Riproduzione riservata Arnulf Rainer, «Untitled», 1980 Helmut Friedel
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