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Dear Sir

Elogio del docente universitario

Ancora sul sistema delle nomine universitarie. Una lettera di Pierluigi Panza

Pierluigi Panza

Il «caso Vettese» lanciato su «Il Giornale dell’Arte» online con un articolo di Nicolas Ballario va oltre il caso personale della nota critica e curatrice d’arte, e ha riguardato e riguarda studiosi, noti e no, di quasi tutti i settori definiti dall’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) non bibliometrici: per semplificare, quelli un tempo chiamati «umanistici» o relativi a mestieri e pratiche (imparare a fare l’architetto, per esempio). Non è affatto escluso che Angela Vettese non abbia (alla luce degli attuali parametri Anvur, considerati obbligatoriamente dalla Commissione) i titoli per superare l’Abilitazione Scientifica Nazionale per docenti ordinari, anzi; il problema è che anche Renzo Piano non li avrebbe per insegnare Progettazione architettonica e Paolo Mieli per insegnare Comunicazione giornalistica: questo è il motivo per il quale il Paese arretra e i giovani vanno all’estero.

Che cosa avviene, infatti, nell’Università? È bene che le famiglie lo sappiano. Se uno apre la «Guida dello studente» di un corso di laurea del settore artistico, per esempio, vi troverà scritto alla voce «sbocchi professionali» cose del tipo: si potrà lavorare nei musei, curare mostre, operare nel mercato dell’arte, scrivere per riviste o insegnare... Ma chi, tra i docenti in cattedra selezionati a partire dai parametri fissati dall’Anvur, possiede le qualità per insegnare quanto serve per raggiungere questi obiettivi? Se selezionati secondo i parametri Anvur, nessun docente è detto che li possegga.

Infatti, per tornare a che cosa avviene negli atenei da un ventennio, i docenti strutturati sono una categoria che si autoriproduce senza la capacità di insegnare quanto indicano gli «sbocchi professionali» della Guida dello studente. Vengono così chiamati a insegnare studiosi esterni, magari dal mondo delle professioni, per far svolgere loro corsi annuali sottoretribuiti (2-3 mila euro all’anno) che rispondono alle richieste dei giovani e del mercato proteggendo così, al contempo, la categoria che si autoriproduce secondo logiche di appartenenza e servilismo. Quando, però, uno di questi «docenti a contratto» si presenta a un regolare concorso universitario per insegnare a tempo pieno dopo anni di precariato viene sistematicamente bocciato. Perché?

Perché i parametri Anvur, inventati da docenti ordinari e scimmiottanti uno pseudoscientismo anglosassone mai rispettato e in settori non scientifici per natura, non sono finalizzati a inserire i migliori studiosi (liberi studiosi) o alti professionisti, bensì a perpetuare che il docente ordinario, come un barone medievale, possa stendere la spada sulla spalla di un eletto che, per anni, si è sottoposto servilmente a uno scambio di favori nel mentre che si sottoponeva a un artificioso e incontrollato (nei fatti) «cursus honorum». I parametri Anvur, infatti, assegnano punteggi solo a dottorato, postdottorato, borse di studio, ricerche Prin, ricerche Murst, pubblicazione di saggi su riviste di Classe A (con «finta» peer review) controllate dagli ordinari.

In sostanza, viene promosso al concorso, nel migliore dei casi, un ricercatore filologo («gente che ripete tutta la vita la propria tesi di laurea», diceva Sartre, che insegna solo a insegnare ma senza capacità divulgativa) e, nel peggiore dei casi, chi ha svolto per decenni un servizio parasegretariale in università ed è stato inserito nelle varie ricerche ministeriali attraverso criteri da commedia dell’arte. Sostanzialmente, ha passato anni a correggere tesine, fare gli esami al posto del prof, curare la logistica dei convegni, il catering, fare le fotocopie, un viaggetto all’estero... mentre Renzo Piano costruiva grattacieli, Paolo Mieli dirigeva giornali, la Vettese dirigeva musei.

I due terzi di chi insegna oggi in Università è stato cooptato attraverso questo percorso di «appartenenza» a qualcuno (quando non, banalmente, per familismo, rapporti sentimentali o scambio di favori), che è quello che il Ministero-Anvur ha stabilito e che sarà difficile modificare da parte di un esecutivo come quello di Conte, un premier uscito vincitore da questi tunnel accademici andando in cattedra quasi senza pubblicazioni (passando in 4 anni da cultore della materia a ordinario superando tre concorsi!) ma con la «manina» di Guido Alpa. L’altro terzo sono i docenti a contratto, «paria» d’extralusso: possono veramente insegnare quanto è scritto sulla Guida dello studente, ma devono restare fuori perché «pericolosi», turberebbero l’ordine non competitivo costituito. Taccio la consueta invidia di oscuri cattedratici verso chi, addirittura, ha raggiunto uno straccio di notorietà pubblica neanche cercata (Vettese)...

Dirò solo che bocciare ai concorsi di abilitazione o a quelli a cattedra nelle singole sedi questi esperti (qualificatissimi ma non autoriprodotti per cooptazione) è facilissimo; basta aver compilato una volta la domanda Anvur o aver partecipato a un concorso in un Ateneo per capirlo: la prima risponde a parametri pseudoscientifici creati apposta dal sistema baronale per bocciarli; il secondo è un concorso che viene bandito solo quando si è deciso quale candidato (sovente interno) promuovere. Si può essere in possesso di gran parte di ciò che la domanda Anvur chiede solo se si è, di fatto, già stazionanti in Università: il concorso, invece, dovrebbe scegliere i migliori da inserire in Università.

L’Anvur conferisce punteggio alla partecipazione a gruppi di ricerca universitaria finanziati dal Ministero, a ricerche svolte presso atenei stranieri, a pubblicazioni su riviste di Classe A (cioè pseudoscientifiche che nessuno legge), tutte operazioni alle quali puoi attendere se un ordinario ti ci colloca e senza che nessuno controlli veramente che cosa hai fatto. Nessun punteggio, invece, ti viene conferito se hai diretto musei, curato mostre, fatto il critico per un giornale... Si conferisce punteggio se hai svolto tutta la vita ricerche filologiche d’archivio sul «sottocrocefisso» di legno umbro trovato a casa del prozio, con saggi di due pagine in inglese su riviste online con peer review, ma zero punteggio se hai diretto istituzioni o scrivi per il «New York Times» o se hai scritto dieci monografie su altrettanti artisti basandoti su precedenti bibliografie, dimostrando, almeno, capacità di sintesi.

La divulgazione è la prima qualità che un docente dovrebbe possedere in aggiunta alla capacità di ricerca scientifica, ma per i parametri Anvur è una bestemmia: la Vettese viene bocciata perché «divulgativa» priva di «metodo» e scrive per «Il Sole 24 Ore», si scrive nella valutazioni. Su un cv di ateneo di un’altra docente ordinaria dello Iuav si legge che «è impegnata nella divulgazione e collabora con Il Sole 24 Ore»: dunque, non lo puoi fare se vuoi diventare ordinario, solo se lo sei già. Tutti riconoscono nella «contaminazione» una spinta propulsiva alla conoscenza. Ma se presentate a un concorso universitario pubblicazioni a cavallo tra Storia dell’arte, Estetica e Archeologia potete ottenere un opposto riscontro: se siete voi il candidato prescelto le vostre pubblicazioni dimostrano «capacità di interrelare più campi»; se siete da bocciare una «non congrua appartenenza al settore disciplinare».

Si è ripresa la segnalazione sul «concorso Vettese» perché credo di essere in una posizione di privilegio per valutare gli sforzi e il reale apprendimento che si acquisisce sia perseguendo l’attuale «cursus honorum» stile Anvur sia esercitando come libero studioso e professionista sul campo. Ho fatto entrambe le cose per tutta la vita. Si può partecipare a ricerche universitarie e Murst che impegnano un mese in 3 anni (e 15 giorni per sintetizzarle in «contributo in volume»: questo il termine tecnico Anvur) e si può invece scrivere una pubblicazione «definitiva» su un artista che dopo 5 o 10 anni per l’Anvur scade, come uno yogurt...

Si può inoltre scrivere di arti, fenomeni e istituzioni culturali tutti i giorni per un grande giornale e si capisce bene come questa attività richieda impegno e rechi maggior apprendimento e conoscenza da trasmettere ai giovani rispetto alla ricerca Murst! So bene cosa significhi scrivere in una rivista scientifica di Classe A (sono persino direttore di una di queste) ma so anche come avvengono le peer review! Se uno studioso scrive un articolo ponderosissimo di Storia dell’arte su una rivista che, anni dopo, all’atto del concorso, scopre essere in Classe A di Storia dell’architettura gli vale zero; ma se scrive una baggianata e riesce a metterla (magari per aderenza) in una rivista di Storia dell’arte di Classe A vale tantissimo. Il contenuto non conta mai niente; il lavoro non conta niente, contano solo collocazione e appartenenza.

Come per la Vettese (ingenua!) se uno indica in una domanda Anvur che scrive anche per un quotidiano, o che è un professionista affermato, è come offrire alla commissione la pistola con la quale farti sparare: poiché nessuno legge i testi allegati alla domanda, a priori la Commissione dirà che i tuoi sono testi «giornalistici» o prodotti in «ambito professionale» e non di «ricerca». C’è chi anni fa, rispondendo a una call di una primaria università italiana, ha partecipato a un convegno e presentato un intervento agli atti: è stato l’unico intervento respinto in quanto il suddetto scriveva per un quotidiano. Sei mesi dopo l’ha presentato a una rivista internazionale di caratura top: accettato e pubblicato.

Tutti hanno perso concorsi, ma c’è una bocciatura che è un piccolo record, oltre la «collega» Vettese. Anni fa un primario ateneo (stando alle pseudo classifiche internazionali) mise a concorso un posto in un raggruppamento disciplinare proprio di altra Facoltà; come a dire: in una facoltà di Medicina si bandì un posto per Legislazione. Si presentò un candidato con laurea in Medicina e in Giurisprudenza più Dottorato, abilitazione, pubblicazioni ecc. Promosso? Manco per sogno! Il concorso era stato bandito per un’altra candidata, dotata di una sola monografia, che nulla aveva a che vedere con la medicina, e non era mai entrata in un ospedale. «Sei il più bravo, scrisse un ordinario allo sconfitto, ma non hai santi in Paradiso». Ovviamente Medicina e Giurisprudenza sono una metafora: stiamo parlando di un concorso dei settori che interessano «Il Giornale dell’Arte».

Pierluigi Panza, da Il Giornale dell'Arte numero 409, agosto 2020



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