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Mostre

Dorothea Lange, parole e immagini

Al MoMA cento scatti della collezione del museo, realizzati in tutto l’arco della sua carriera

«Migrant Mother», di Dorothea Lange

New York. «Tutte le fotografie, non solo quelle cosiddette “documentarie”, e in realtà tutte le fotografie sono documentarie e appartengono a qualche luogo, hanno un posto nella storia, possono essere rafforzate dalle parole». Questa affermazione, fatta da Dorothea Lange in un’intervista del 1960, anticipa una serie di riflessioni teoriche che da lì a pochi anni nasceranno attorno alla fotografia all’interno della corrente concettuale, mettendone fortemente in discussione proprio la presunzione di documentare il reale.

Nonostante il lavoro della Lange si inserisca ancora in un periodo di grande fiducia nei confronti delle capacità descrittive di questo linguaggio, e nonostante i suoi siano alcuni degli scatti più iconici del ’900, il testo è spesso usato a integrazione dell’immagine. Lo si nota dalla cura riposta nelle sue didascalie, ma anche dai saggi fotografici pubblicati su «LIFE Magazine» e dal libro An American Exodus (1939), dove le parole delle persone ritratte diventano la lente attraverso cui leggere la crisi economica degli anni ’30.

Da subito la Lange usa la fotografia per denunciare la situazione in cui versava la parte più povera della popolazione americana, e sfrutta la parola come amplificatore di questo messaggio. Un appassionato interesse per l’umanità che riesce ad assecondare anche attraverso la partecipazione alla più grande campagna di documentazione fotografica delle zone rurali degli Stati Uniti, indetta nel 1932 dalla Farm Security Administration per conto del governo americano.

È in quest’occasione che realizza «Migrant Mother», il suo scatto più celebre, esposto nella prima grande mostra che il MoMA le dedica a più di cinquant’anni dalla grande retrospettiva realizzata a un anno dalla morte, avvenuta nel 1965. Intitolata «Dorothea Lange: Words & Pictures» e visibile dal 9 febbraio al 9 maggio, l’esposizione raccoglie circa cento scatti della collezione del museo, realizzati in tutto l’arco della sua carriera.

Le parole a cui si riferisce il titolo, tuttavia, non sono solo quelle che la Lange ha speso a sostegno della propria causa, ma anche quelle delle lettere, delle pubblicazioni storiche e dei tanti altri materiali d’archivio esposti, a cui si aggiungono i punti di vista contemporanei degli artisti, studiosi, critici e scrittori.

Monica Poggi, da Il Giornale dell'Arte numero 405, febbraio 2020



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