De Chirico, Savinio e gli italiani a Parigi

Le 70 opere allestite al Museo Accorsi Ometto illustrano linguaggi che oscillano tra Surrealismo, Metafisica e Ritorno all’ordine

Massimo Campigli, «Le spose dei marinai», 1934
Veronica Rodenigo |  | Torino

Settanta opere raccontano al Museo Accorsi Ometto fino al 30 gennaio la presenza di sette magnifici italiani che progressivamente si stabilirono o soggiornarono a Parigi tra il 1928, anno in cui esposero in una collettiva, e il 1933: Massimo Campigli, Giorgio de Chirico, Filippo de Pisis, René Paresce, Alberto Savinio, Gino Severini e Mario Tozzi. Nella Ville Lumière ognuno portò il proprio contributo con linguaggi che oscillano tra il Surrealismo, la Metafisica e il Ritorno all’ordine tra le due guerre.

La mostra, curata da Nicoletta Colombo e Giuliana Godio, dedica a ogni artista una sezione, offrendo singole e approfondite letture. Il percorso si apre con de Chirico (che arriva a Parigi nel 1911) di cui sono presenti richiami metafisici e classici («Sibille in riva al mare», 1937 ca, e «Cavalli antichi»,1929 ca).

La narrazione procede poi con Savinio e le sue figure ibride, Massimo Campigli, con i modelli etruschi e le sue figure femminili («Le Educande» o «Passeggiata delle educande» 1929-30 e «La fille de la statue» 1926-27), i paesaggi e le nature morte di de Pisis, Paresce e gli altri, fino a chiudere con Mario Tozzi. Ad arricchire il percorso diversi prestiti provenienti da collezioni pubbliche (tra cui Uffizi, Mart di Rovereto, Revoltella di Trieste, Gamc Ferrara, Ca’ Pesaro di Venezia, Civici Musei di Udine) e private.

La rassegna restituisce dunque il ruolo dei nostri connazionali nel contesto di quegli anni parigini, come si evince anche dal titolo «Parigi era viva», ispirata all’omonimo scritto autobiografico (edito da Garzanti nel 1948) di Giuseppe Papa (alias Gualtieri di San Lazzaro), gallerista ed editore, testimone diretto dell’universo artistico di allora.

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