Dal tempo della cura a quello del rilancio

Il rapporto Federculture presentato dal suo presidente Andrea Cancellato

Andrea Cancellato |

Quando abbiamo iniziato a dibattere l’impostazione del Rapporto Federculture, all’inizio del 2020, la discussione era relativa a come fare un bilancio della trasformazione del modello di gestione della cultura in Italia dopo i circa vent’anni dall’ultimo cambio introdotto in Italia.

Ossia, se la trasformazione della maggior parte delle Istituzioni culturali italiane da enti parastatali, con relativa autonomia, a Fondazioni di partecipazione (con gestione autonoma e “licenza” di fallire) era, ed è, stata positiva e se, ed eventualmente, quali miglioramenti occorressero per avere risultati più positivi.
Ci siamo trovati, però, in una situazione completamente diversa, a seguito di una devastante pandemia che non ha esaurito i suoi effetti e, anzi, è ancora in una fase insidiosa.

Ecco che allora abbiamo dovuto affrontare il tema di come lo Stato, nelle sue articolazioni dal Governo centrale alle Regioni e ai Comuni, può intervenire per “salvare” un settore fra i più rilevanti del Paese, quello che probabilmente potrebbe aiutare l’Italia nella ripresa che, al netto degli aiuti europei, deve contarein modo principale sui “talenti”e le “risorse” proprie che ha saputo costruire negli anni.

Guardare, quindi, a ciò che è successo in questi venti anni non è inutile per capire cosa dobbiamo fare adesso e cosa dobbiamo progettare per il futuro.

I dati dicono che la pandemia ha colpito molto duramente, ma ci indicano anche che nel momento in cui è arrivata la crisi già erano in essere tendenze non positive. L’analisi che il Rapporto dedica agli ultimi venti anni evidenzia una significativa riduzione delle risorse pubbliche per il settore culturale, principalmente da parte delle amministrazioni territoriali – Regioni, Province e Comuni – mentre tiene la spesa statale.

Se nel 2000, infatti, complessivamente la spesa pubblica, statale e locale, per la cultura era pari a 6,7 miliardi di euro, nel 2018 era scesa a 5,7 miliardi, un miliardo in meno; perso principalmente per il calo delle risorse di Comuni (-750 milioni, -27%), Regioni (-300 milioni, -23%), e Province (-220 milioni, -82%).

Nel periodo, dopo una diminuzione nel primo decennio, risale invece lo stanziamento del MiBACT, grazie soprattutto ad un +48% dal 2010 al 2018. L’analisi di altri dati ci permette di riflettere sullo stato dell’offerta e della fruizione culturale in Italia: la spesa delle famiglie italiane è cresciuta dal 2000 al 2019 del 49% (da 731 miliardi di euro a mille e 88 miliardi, trascinando così il PIL), mentre quella per i consumi culturali e ricreativi del 31% (da 56 a 73 miliardi di euro, ma solo del 4% dal 2010 al 2019); la fruizione culturale pur in crescita dal 2001 al 2019, ha un trend in larga parte negativo dal 2010 al 2019: il teatro è cresciuto del 16% dal 2001 ma perde l’8,8% dal 2010, il cinema ha un +5,2% dal 2001 ma un -6,1% dal 2010, i concerti di musica classica hanno un +16,5% dal 2001 e un -4,9% dal 2010, gli altri concerti sono +14% dal 2001 e -4,7% dal 2010; in costante crescita solo musei e mostre che vedono un +21,5% dal 2001 e +7,1% dal 2010 così come i siti archeologici e monumentali la cui visita cresce del 36,8% dal 2001 e del 19,7% dal 2010 (non a caso dove ci sono stati i maggiori investimenti pubblici e statali).

Questi dati potrebbero essere letti anche in parallelo con quelli del turismo in Italia che vedono dal 2000 al 2019 una crescita dell’85% del turismo internazionale (da 35 a 65 milioni di arrivi) e di quello nazionale che è cresciuto nello spesso periodo del 48% (da 45 a 66 milioni) mentre i visitatori dei musei sono cresciuti da oltre 30 milioni del 2000 a quasi 55 milioni del 2019 (+82%, quasi la stessa percentuale di crescita del turismo internazionale, tenuto conto di una moderata crescita della popolazione italiana da 57.679.895 del 2000 a 60.433.360 del 2019, +5% che segnala probabilmente uno dei fattori del minor consumo culturale).

I dati sulla lettura confermano il trend sul consumo culturale 2001-2019: piccola crescita generale (+4,8%) determinata da una maggiore crescita dal 2001 al 2010 (+21%) e da un vistoso calo dal 2010 al 2019 (-13,4%).

La sequenza dei dati, e la loro lettura che deve essere approfondita e non superficiale, ci consegna un’Italia in cui l’attività culturale, sia verso la buona conservazione dei beni e dei tesori monumentali, sia verso la valorizzazione e la produzione artistica è ampia, di grande valore e maggiore dei finanziamenti pubblici che riceve.

In questo contesto, cui si è aggiunta la grave crisi pandemica, un settore che vanta oltre 840.000 operatori deve essere maggiormente considerato.
L’impatto della crisi, certo è stato duro. Per rilevarne gli effetti nei mesi di maggio e giugno 2020 Federculture ha somministrato ai propri associati un questionario.

Attraverso le loro risposte si può disegnare un quadro abbastanza preciso di quanto è accaduto in questi mesi: le chiusure forzate hanno determinato perdite rilevantissime. Oltre il 70% degli enti culturali ha stimato perdite di ricavi superiori al 40% del loro bilancio, ma il 13% prospetta perdite che superano il 60%.

Pur in uno scenario tanto inedito quanto difficile, molti attori del comparto cultura hanno reagito veicolando la propria offerta tradizionale in forme del tutto nuove – l’80-100% a seconda dei settori, ha implementato i propri servizi a distanza - sperimentando la possibilità di offrire prodotti culturali innovativi per soddisfare da remoto la domanda di cultura dei cittadini. Riguardo però le aspettative sull’uscita dalla crisi solo il 22% immagina un ritorno alla normalità, mentre il 50% prospetta una riduzione e ridefinizione delle proprie attività, e ben il 73% teme una riduzione di fondi.

Le testimonianze di cui è ricco il Rapporto ci dicono che il nostro mondo ha reagito con intelligenza e grande impegno. Il comparto cultura nell’Italia segnata dall’emergenza Covid conferma il proprio valore, il peso che ha nel bilancio dell’economia nazionale.

Quello che conta, oggi, è cominciare a progettare il futuro. Abbiamo, pur in piena tempesta, il dovere di guardare verso la fine di questo percorso per attrezzarci meglio alla cosiddetta “nuova normalità”. Utilizzo delle tecnologie digitali, ricerca di nuovo pubblico, in particolare quello di prossimità, attivazione di nuove produzioni culturali con minore presenza di operatori e minori costi, nuovi modi per coinvolgere il mecenatismo culturale, sono solo alcuni degli esempi che possiamo indicare al dibattito che non può essere limitato agli addetti ai lavori ma deve essere il più ampio possibile.

Federculture è stata in prima linea nei mesi passati con un’attività costante di monitoraggio delle dinamiche in corso e lavorando per dare risposte alle imprese culturali così gravemente colpite dalla crisi. Abbiamo ottenuto la realizzazione di interventi concreti come il Fondo Cultura, uno strumento fondamentale per la futura ripartenza del settore culturale.

Pensiamo che con questo e altri strumenti il Governo debba promuovere un grande nuovo investimento, cui tutti debbano poter concorrere, nel settore culturale, che potrà essere decisivo per rivitalizzare il Paese che uscirà prostrato dalla pandemia. Oggi più che mai va attribuito alla Cultura il compito di rappresentare il motore di un “nuovo” Welfare Italiano, ossia elemento chiave del vivere in comunità e nella coesione del nostro Paese, il fattore più rilevante della nostra formazione e della nostra riconoscibilità nel mondo.

L'autore è Presidente di Federculture

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