Da Osart cambiano le regole

Artisti contemporanei dello Zimbabwe abbandonano i mezzi tradizionali per trasformare linguaggi e metodologia a favore di espressioni alternative, che possano coesistere con il difficile ambiente in cui si trovano

«Terry Barber» (2021) di Franklyn Dzingai
Monica Trigona |  | Milano

La mostra intitolata «Shanduko» che da giovedì 16 giugno (sino al 24 settembre) apre i battenti da Osart Gallery incuriosisce a partire dal suo titolo. Il termine shanduko che nella lingua degli shona, etnia maggioritaria del paese, significa «cambiare» sembra infatti una dichiarazione di intenti da parte di Linnet Rubaya, Franklyn Dzingai, Mostaff Muchawaya e Wilfred Timire, tutti originari dello Zimbabwe. Con le dovute differenze, i quattro artisti che prendono parte alla collettiva milanese riflettono sulla condizione quotidiana dell’individuo facendo emergere qua e là le tracce di una cultura originaria mai dimenticata.

La Repubblica dello Zimbabwe, Stato meridionale dell’Africa, ha una storia politica molto complessa. Dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna negli anni Sessanta, il lungo governo del dittatore Robert Mugabe, con i conflitti tra partiti etnici, la repressione verso qualunque forma di opposizione, l’immigrazione massiccia dei «bianchi», la conseguente deriva economica e sociale, l’estrema diffusione dell’AIDS e una gravissima inflazione, ha segnato irrimediabilmente un Paese un tempo florido.

Mentre l’espressione creativa locale da sempre si è manifestata attraverso una variegata manifattura e lavori di intaglio, gli artisti emergenti contemporanei hanno preso una loro strada sperimentano tecniche innovative e trasformando il senso dei media tradizionali. In condizioni socioeconomiche difficili hanno, per così dire, fatto «di necessità virtù» cercando alternative possibili, come ad esempio utilizzando tessuti di scarto, rispetto all'ambiente in cui si trovano.

Il giovane Wilfred Timire con materiali da imballo crea originali arazzi in cui adatta perfettamente personaggi e situazioni che ricoprono ogni brandello in maniera convincente. Sembra che nessun’altro supporto potrebbe essere più adatto ai ragazzi e alle semplici situazioni di vita riprodotte.
«Someone to watch my back» (2022) di Linnet Rubaya
Linnet Rubaya, classe 1991, che oggi abita a Leeds, invece guarda alla multietnica società inglese, di cui lei fa parte, con l’obiettivo di riportarne mode e cambiamenti sulla tela. Le sue tornite ragazze di colore, avvolte da ammiccante lattice e dai capelli color rosso, rivelano il tempo della globalizzazione che tutto e tutti tocca. Questi dipinti potrebbero convincere circa il successo e la totale assimilazione di queste giovani donne delle loro nuove vite se solo i lori occhi, a dispetto delle pose sicure, non fossero vuoti all’interno, totalmente bianchi.

Il modus pittorico di Mostaff Muchawaya, nato nel 1981, include materiali eterogenei. Le iconografie scomposte, i volti sfigurati così come le vesti variopinte e la mancanza di prospettiva richiamano un immaginario iconografico ben preciso in cui ruolo di un certo peso hanno sicuramente la memoria e le proprie origini.
Franklyn Dzingai, del 1988, infine, con i suoi collage di stampe, pitture e fotografia, realizza racconti visivi affascinanti dove trapela la commistione tra culture un tempo antitetiche.

Le radici non abbandonano l’immaginario di questi autori costituendo, in modo più o meno evidente, un’ancora identitaria, sempre più apprezzata dalla critica, che ne motiva visioni e abilità tecnica.

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