Come si scrive per mostre e musei

Le parole ci accompagnano nelle visite: oggi ci vogliono nuovi specialisti capaci di scrivere

Mariagrazia Margarito |  | Torino

Nelle mostre e nei musei gli organizzatori dimostrano di voler sempre di più comunicare con i visitatori: prevalgono segnaletica, registrazioni video e audio, strumenti multimediali e un profluvio di testi scritti. Scientificamente si chiamano testi espografici: brevi o lunghi, si trovano accanto alle opere e oggetti esposti, dislocati nelle sale, realizzati su schede, pannelli, con caratteri termoincollati alle pareti, con fasci luminosi, su schermi interattivi…

Nati per avere un ruolo didattico e di informazione, di accompagnamento per una migliore comprensione e fruizione della visita, non solo partecipano ma dominano il rapporto visitatore-progetto espositivo, sottolineano il ruolo sociale dei musei e ne realizzano una delle funzioni fondamentali: la diffusione dei saperi, l’educazione «informale».

Probabilmente è maggiore il numero di coloro che prima di «guardare» un’opera, «leggono» la didascalia o il commento. Lo dimostrano fin dall’ingresso i gruppi di visitatori-lettori fermi e attoniti davanti ai pannelli introduttivi. Oggi una mostra che si offrisse nuda, priva di queste dichiarazioni preliminari sembrerebbe straniante, quasi inquietante. Ma non è raro che l’accesso alla conoscenza sia arduo e la curiosità del visitatore vada a sbattere in cartelli troppo piccoli, reperibili talvolta sullo zoccolo di sculture e di installazioni, o quasi al suolo, in caratteri tipografici di ridotte dimensioni o poco contrastanti con il colore dello sfondo.

Chini, piegati sui testi, rammaricati per l’impossibile lettura, i visitatori possono trarre l’impressione che arte, cultura e conoscenza si debbano meritare con fatica, che non si possano immediatamente godere, che prima si debba soffrire. Eppure il piacere, il «diletto» è uno degli scopi delle istituzioni museali, si legge negli Statuti dell’International Council of Museums (art. 3, I).

Fortunatamente, è cresciuta l’attenzione per le attese del pubblico, per la fruibilità dei beni esposti, per la leggibilità confortevole e «amichevole» dei testi espografici.

La parete non è una pagina
Ma ancora soverchiante è l’abitudine di usare le pareti come fossero pagine dei cataloghi anziché luoghi che impongono un linguaggio del tutto diverso per chi legge in piedi: i curatori dovrebbero farsi insegnare dai pubblicitari che conoscono benissimo queste regole. Si incontrano di norma, soprattutto nei pannelli introduttivi, informazioni enciclopediche, di omaggio ai musei e alle collezioni da cui provengono le opere, dichiarazioni sull’eccezionalità degli oggetti presenti nelle sale:

«Edgar Degas (1834-1917) è uno tra i maggiori esponenti della pittura francese dell’Ottocento […] ammira e medita la lezione dei grandi maestri del passato, in particolare i pittori italiani del primo Rinascimento […]. Questa mostra si propone di seguire le tappe di una carriera particolarmente feconda, durata circa sessant’anni, a partire dalle eccezionali collezioni del Musée d’Orsay di Parigi, le più ricche al mondo di opere di Degas» (Mostra «Edgar Degas», Torino, Promotrice  Belle Arti, 2012-13).

E informazioni sugli artisti (epoca, formazione, occasioni che hanno portato all’opera d’arte, commenti di critici, di amici, di nemici): «Gli anni della formazione di Tintoretto corrispondono a quelli della riflessione sulla grande “maniera” a Roma e a Firenze […] I pittori imparavano il mestiere nella bottega di un maestro: per anni macinavano colori, preparavano le tele, disegnavano e copiavano modelli […]. Dell’apprendistato di Tintoretto non si sa nulla di certo. Come un autodidatta, si sceglie da solo i suoi maestri»(Mostra «Tintoretto», Roma, Scuderie del Quirinale, 2012; pannelli firmati).

La definizione e divulgazione dei concetti della ricerca sono ineludibili nelle mostre scientifiche e nei musei di scienza o di memorie e tradizioni popolari. Ad esempio, nella mostra «La science frugale» (Parigi, Ecole supérieure de physique et de chimie industrielles de la Ville de Paris, 2017) dei bei pannelli con caratteri grandi, nitidi, riposanti per l’occhio fornivano l’indispensabile definizione di questa scienza dall’aggettivo curioso: «La scienza frugale è una disposizione naturale dell’intelligenza. Quella di non considerare le risorse disponibili come una limitazione, ma come un’opportunità, o ancora vedere la condivisione come un’occasione di arricchimento. Non si tratta di fare scienza al ribasso, ma scienza sostenibile e pluridisciplinare […] Sia che si tratti di rispondere a budget ridotti, o a problematiche locali provviste di poche risorse, numerosi sono ormai coloro che cercano un approccio più frugale alle scienze».

Nei secoli i testi espografici hanno conosciuto varianti da quando lo scritto fungeva da spiegazione dell’immagine (o l’immagine era la rappresentazione di uno scritto, soprattutto  di testi sacri). Ecco un bel campione di affreschi e testi di riferimento nella Cripta del Museo dell’Opera di Siena, XIII secolo, scoperta nel 1999 e aperta al pubblico nel 2003. I  testi sono più didascalie che commenti, passi tratti dai Vangeli: «Lavanda dei piedi. La scena è dominata da un grande bacile che serve a Gesù per lavare i piedi a san Pietro. Il santo, che si porta una mano sula fronte, commosso, guarda il Cristo dicendo: “Non mi laverai mai i piedi”. Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò non avrai parte con me”. Gli disse Simon Pietro: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo” (Giovanni, 13, 8-9)».

Narrare per mostrare
Le citazioni sono usuali nei testi espografici, ma soprattutto al termine di un percorso assumono il valore di una memorizzazione consuntiva, quasi di un aforisma. In effetti una citazione ben scelta potrebbe essere addirittura l’unico testo presente sulle pareti, sintesi di una vita, di una ricerca artistica: «Non posso immaginare come un fotografo che non ha pazienza possa arrivare a qualcosa: è indispensabile prendersi il tempo necessario» (Mostra «Edward Burtynsky. L’uomo e la terra», Aosta, Centre Saint-Bénin, 2017).

Il piacere nel visitare una mostra, la speranza di provarvi emozioni fanno parte delle aspettative del visitatore e nei testi talvolta può risultare gradita una funzione narrativa, che può raggiungere fattezze letterarie tali da imprimere il tono di tutta la mostra: «Sudek (Kolin, 1896 - Praga, 1976) sviluppa all’alba degli anni ’40 uno stile singolare, lontano dalle convenzioni dell’epoca […] al di là della sua originalità e della maestria tecnica ha saputo realizzare fotografie ricche di sentimento, ispirate alla sua vita quotidiana. Nei modesti oggetti che lo circondavano e nei luoghi che frequentava vi scopriva una grande bellezza unita a una straziante desolazione. Ha saputo esprimere i suoi punti di vista e le sue emozioni con eloquente tenerezza e appassionata convinzione» (Mostra «Josef Sudek, le monde à ma fenêtre», Parigi, Musée du Jeu de Paume, 2016, pannello introduttivo, firmato).

La cura con cui vengono redatti i testi espografici dimostra in quale considerazione l’équipe che allestisce l’evento tenga il pubblico e svela il tipo di dialogo che intende instaurare. L’analisi dei questionari rilasciati e le interviste per testare i livelli di gradimento dei visitatori rivelano quale fiducia e rispetto riscuotano i testi stilati dagli espositori. Studi in sociologia della ricezione hanno rilevato che il visitatore può sentirsi intimidito, non all’altezza per cogliere appieno bellezza e significati di una mostra al punto che preferisce dichiarare che un testo è «troppo difficile» anziché mettere in discussione il progetto museografico. Le emozioni nelle mostre scaturiscono spesso proprio dalla lettura di testi espografici che diventano suggerimenti espliciti di commenti critici:

«La martire cristiana Irene è rappresentata nell’atto di curare amorevolmente il corpo di Sebastiano condannato a morte per la sua fede […]. L’implicazione affettiva nella realizzazione della scena è evidente e l’accento sensuale della tela è aumentato dall’ambientazione notturna e dall’assenza di qualsiasi elemento che la connoti in maniera devozionale […] la luce della candela contenuta nella lanterna sottolinea l’espressione concentrata di Irene […] mentre in maniera soffusa delinea il torace e la gamba del giovane, un nudo maschile levigato, trattato dal pittore con insolita delicatezza» (Mostra «Georges de La Tour: l’Europa della luce/Georges de La Tour: L’Europe de la lumière», Milano, Palazzo Reale, 2020).

Lessico non famigliare
Imprevisti stati emotivi possono anche emergere dalla struttura linguistica e dalle scelte lessicali dei testi che accompagnano mostre di scienza e tecnica o su temi sociologici: «Spesso stigmatizzate, le periferie possono tuttavia rivelarsi, proprio in virtù della loro marginalità, come spazi di libertà, laboratori di nuove politiche urbane e sociali. Tra utopia e disillusione, tra distruzione e valorizzazione del patrimonio locale, le periferie dimostrano di essere “territori del possibile”, costruiti dialogando tra passato, presente e futuro» (Mostra «Paysages français», Parigi, Bibliothèque Nationale de France, 2017-18).

Oggi la problematica di come si scrive nei musei è vivissima, vasta e appassionatamente dibattuta, data la varietà e la performatività delle risorse e dei supporti informatici evoluti. Sempre più diffuse e utilizzate, le audioguide forniscono testi che non sottovalutano il fascino della voce umana o della personalità del leggente. Informazioni di varie tipologie, incluse visite virtuali non soltanto in periodi di lockdown, si trovano su internet, testi scritti e interviste con esperti e curatori delle mostre sono accessibili nelle sale e ovunque tramite i QR Code.

Tutto ciò determina l’esigenza di nuove professionalità nella redazione dei testi. Di veri specialisti come avvenne quando la pubblicità sentì la necessità di dotarsi di copywriter non improvvisati. Come ogni enunciato linguistico, il testo espografico è un altro documento sociale entrato a far parte della storia delle mediazioni umane e delle relazioni tra istituzioni e individui.

L'autrice è professoressa emerita di Linguistica francese dell'Università di Torino

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