Come si performa la performance

Gli atti conclusivi della giornata di studio AMACI sul genere più fluido dell’arte contemporanea

«Gentle Unicorn» © Alice Brazzit
Barbara Garatti |

Si è svolto mercoledì 23 marzo la giornata di studio AMACI (Associazione dei Musei di Arte contemporanea Italiani) «Cogli l’attimo, carpe diem, seize the day», organizzata con il sostegno della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura una giornata di studi e curata da Marcella Beccaria (vicepresidente di AMACI e capo curatrice del Castello di Rivoli). Tema: le pratiche performative e la loro produzione, documentazione e trasmissione nelle collezioni e negli archivi dei musei italiani.

Solo il 40% dei musei italiani presenta nelle proprie collezioni opere di arte performativa, che in tre quarti dei casi costituiscono solo l’1% del patrimonio complessivo e nonostante sempre più spesso il genere figuri nelle programmazioni culturali, la strada per la sua istituzionalizzazione è ancora lunga.

Professionisti di diversi ambiti della cultura contemporanea si sono avvicendanti nel corso della giornata: direttori di musei, curatori di collezioni e di nuove produzioni e soprattutto numerosi artisti e artiste, performer, attori e attrici hanno portato a esempio le proprie esperienze, condiviso prospettive e si sono interrogati sulle questioni ontologiche ed etiche legate alla disciplina e alla trasmissione e cessione delle opere.

Il corpo dell’artista, coinvolto in prima persona o come presenza invisibile che regola la messa in scena, è la materia prima della performance: «Oggi la performance è una pratica più che mai sentita dopo il periodo di isolamento che abbiamo vissuto, in una società dove i riti cadono», spiega Francesca Grilli.

«Nel mio lavoro è sempre più importante far performare gli oggetti attraverso la partecipazione del pubblico», racconta Marzia Migliora, mentre per Michelangelo Pistoletto, in dialogo con Bartolomeo Pietromarchi (MaXXI), il ruolo dell’arte performativa è supportare lo sviluppo di una creatività collettiva: «l’artista è un attivatore di energie pensanti».

Nelle accademie italiane non esistono insegnamenti specifici di arti performative, questo dato è per alcuni un limite per alcuni ma per altri una libertà, per esempio pergli artisti che all’attività di ricerca affiancano l’insegnamento, come Eva Frappiccini, Marcello Maloberti, Italo Zuffi e Cesare Pietroiusti in dialogo con Luca Lo Pinto (MACRO).

Se la performance è nata nel Novecento per catalizzare istanze anti istituzionali, oggi ci si interroga su come trasmettere queste modalità di protesta alle giovani generazioni.

Molte delle performance nei musei hanno origine da vari ambiti della cultura, come la danza o il teatro e come ricorda la performer e autrice Chiara Bersani: «spostare corpi in nuovi contesti è di per sé un atto rivoluzionario, che apre a nuove possibilità e a nuove interpretazioni del mondo che ci circonda».
Il «fare e disfare» che per l’attrice e performer Silvia Calderoni connota il teatro, sposta l’attenzione sull’eccezionalità dell’esperienza irripetibile di «un corpo in relazione ad altri corpi in un museo».

Il coreografo e danzatore Virgilio Sieni ribadisce come la performance in museo non sia solo un accessorio estetico di oggetti statici, ma una sorgente viva di ispirazione per iniettare nuova linfa nei processi interpretativi delle opere antiche.

Anche le performance del passato un’identità instabile, fluida, che si può solo perimetrare. Francesca Grilli (Università La Sapienza) e Lara Conte (Università Roma Tre) spiegano come sia fondamentale ridefinire le geografie istituzionali e topografiche attraverso archivi e documenti, spesso frammentari, e processi di reenactment.

La performer, attivista e ricercatrice Ilenia Caleo traccia una cartografia delle istanze che hanno trasformato le società espresse con questo linguaggio, il tentativo di una definizione ontologica di «performance come forma espressiva che tiene insieme estetico e politico e come linguaggio per ripensare la contemporaneità in termini di interdipendenza» è di stringente attualità.

«Importante la performabilità, ricorda Caterina Riva (MACTE), le difficoltà e i limiti della produzione, il cammino del farsi opera attraverso i blocchi logistici e/o finanziari».

Francesco Arena, Rossella Biscotti, Nico Angiuli e Adelita Husni-Bey raccontano come il loro lavoro ha potuto assumere forme diverse in funzione del contesto storico, sociale, politico e soprattutto in funzione del pubblico, che può partecipare attivamente, osservare o non essere previsto. Il museo in alcuni casi è uno strumento utile nell’aggirare limitazioni e partecipe testimone della collettività che abita il territorio.

Le pratiche performative destrutturano non solo la natura «neutrale» del museo, ma anche quella «certezza» che riconosciamo negli archivi come luoghi sicuri di conservazione. Così Emma Zanella (MA*GA) ribadisce l’importanza di sviluppare reti e nuove forme di dialogo tra museo e archivi d’artista per pensare a nuove metodologie di conservazione e trasmissione che non trascurino il rigore delle schedature, che favoriscano nuove letture sulla processualità creativa degli artisti o che gettino luce sulle origini di questo linguaggio nelle avanguardie storiche.

Andrea Viliani (CRRI) riflette su come «lo studio di pratiche performative di artisti (e non solo), in alcuni casi abbia persino aiutato in un processo inverso a rintracciare dove si deposita un’episteme archivistica».

Lorenzo Balbi (MAMbo) ha moderato un discorso sulla gestione giuridica e la cessione delle opere performative. L’avvocato Andrea Pizzi ha ricordato che il diritto d’autore tutela l’espressione in qualsiasi forma si esplichi, portando a esempio il caso estremo di Tino Seghal che alla performance nega qualsiasi documentazione o derivazione oggettuale.

Anche i due galleristi Raffaella Cortese e Franco Noero si sono espressi sull’alienazione di opere performative, portando a esempio una serie di casi in cui, grazie al rapporto di fiducia e stima reciproca con gli artisti, hanno sperimentato strategie inedite anticipando in alcuni casi la giurisprudenza.

La performance, in ultima analisi, favorisce il ripensamento del ruolo stesso delle istituzioni, del pubblico e della produzione culturale. «Più ci addentriamo in questo soggetto più si moltiplicano gli scenari, conclude Marcella Beccaria. Le tipologie di arti performative sono tantissime e forse possiamo dire che la performance è soprattutto un modo di pensare: parlarne come una pratica o un linguaggio è dopotutto un po’ riduttivo»

Le registrazioni di tutti gli interventi della giornata saranno prossimamente disponibili sul sito di AMACI

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