Che cosa rende autentico un Rembrandt?

Ernst van de Wetering, storico dell'arte scomparso a 83 anni, ha cercato di capirlo per tutta la vita apportando modifiche radicali allo studio del pittore olandese

Ernst van de Wetering di fronte a un autoritratto di Rembrandt
Vincent Noce |  | Amsterdam

Cos’è che rende autentico un Rembrandt? Per quasi mezzo secolo Ernst van de Wetering, olandese e formidabile storico dell'arte, ha dedicato la sua vita a questa domanda. Lunedì la famiglia ha annunciato la sua scomparsa l'11 agosto nella sua casa di Amsterdam, all’età di 83 anni, dove ha trascorso i suoi ultimi anni, circondato dai cari e coltivando le passioni per il disegno, la pittura e la musica (sapeva infatti suonare il flauto, il clarinetto, il sassofono e la viola).

Ernst van de Wetering iniziò la sua carriera come pittore e insegnante presso l'Accademia Reale di Belle Arti, a L'Aia, prima di essere contattato nel 1968 da Joshua Bruyn, uno studioso d’arte olandese che gli offrì un lavoro come assistente part time su un nuovo progetto dell'Università di Amsterdam volto a studiare l'opera completa dei dipinti di Rembrandt. «All'epoca non sapevo quasi nulla di Rembrandt», mi disse durante un'intervista del 2014 «e ho pensato che sarebbe stato interessante studiare l'artista per un paio d'anni». Finì per sostituire Bruyn come capo del Rembrandt Research Project (RRP), posizione che mantenne per 21 anni prima di ritirarsi dopo aver completato il suo settimo volume.

Nessun altro artista ha mai avuto il privilegio di essere oggetto di una ricerca così approfondita. Il RRP era un corpo unico formato da diversi storici dell'arte, ai quali si aggiungevano i contributi di esperti di varie discipline. Tutto ebbe inizio con la proiezione dei 624 dipinti attribuiti a Rembrandt nel catalogo ragionato del 1935 di Abraham Bredius. Più della metà non è sopravvissuta alla cernita. Ernst van de Wetering attribuiva questo fallimento alla «connoisseurship» dell’epoca, l'illusione coltivata da molti specialisti di essere in grado di determinare un'attribuzione «in un batter d'occhio», come era successo a Bredius o Max Friedländer.

Partendo da un'epoca in cui la maggior parte dei dipinti delle collezioni private erano difficilmente accessibili, viaggiare era difficile e in alcuni casi il materiale di ricerca disponibile era costituito da fotografie in bianco e nero, l’RRP si è premurato di fondare le proprie opinioni sull'analisi dei pigmenti e di altri materiali come il legno dei telai.

Ma Ernst richiedeva anche che i risultati scientifici fossero interpretati da uno storico dell'arte che avesse una visione olistica dei tempi, delle tecniche e del lavoro dell'artista. Lontano dalla visione romantica di un pittore che si confronta con la propria interiorità autoritraendosi, vedeva Rembrandt più come uno studioso, «un pensatore del proprio lavoro» fino al più piccolo dettaglio di ogni composizione.

Ogni venerdì, i membri di RRP discutevano le nuove scoperte attorno a un tavolo imbandito di piatti di panini. Ernst van de Wetering ha calcolato che tra il 1969 e il 1993 si tennero più di 1.000 di questi «pranzi di Rembrandt». Tuttavia, le tensioni erano aumentate all'interno del consiglio e Van de Wetering si sentì bloccato in una «routine di attribuzioni e disattribuzioni» che ottenevano grandi titoli sui media ma presentavano un grado sempre crescente di soggettività.

Il punto di rottura arrivò quando venne respinta la «Cena in Emmaus» del Louvre (1648) e Van de Wetering espresse pubblicamente il suo disaccordo (l'opera è ora attribuita all'unanimità a Rembrandt). Nel 1993, Joshua Bruyn e tre dei fondatori annunciarono le loro dimissioni. Nel 2014, quando decise di ritirarsi, Ernst van de Wetering provocò un nuovo shock, annunciando alla National Gallery di Londra che nel volume Rembrandt Painting Revisited aveva ripristinato 70 opere che erano state private della loro attribuzione nei primi anni del Rembrandt Research Project.

Non tutti approvarono le sue decisioni. Christopher Brown, ex direttore dell'Ashmolean Museum di Oxford, rimase sbalordito da questo «rovesciamento radicale di un progetto che ha richiesto così tanto tempo di ricerche». Il curatore del Metropolitan Walter Liedtke affermò che le attribuzioni a Rembrandt non potevano essere «l'opinione di un uomo» ma avevano bisogno di «un consenso», idea che Van de Wetering rifiutava fermamente: «Non hai ancora letto il mio libro, non sono uno sciocco! Tutte queste osservazioni sono attentamente motivate», affermò prima di ricevere una standing ovation dai 200 studiosi presenti.

La verità è che Ernst non aveva tempo per la diplomazia e alcuni suoi colleghi non apprezzavano i suoi modi piuttosto bruschi. Aveva anche un sorprendente senso dell’umorismo e spontaneità. Durante un pranzo con Thomas Kaplan aveva immerso il dito nella panna montata del dolce del collezionista miliardario esclamando: «Vedi, è così che lo disegnerebbe Rembrandt!». Oggi un ricercatore come Gunnar Heydenreich, che conduce un progetto simile su Cranach, confessa di essere stato certamente «ispirato da Van de Wetering e dalla sua metodologia».

Quando vedevi Ernst arrivare in bicicletta al Rembrandthuis, sempre spettinato ma con un largo sorriso, per mostrarti l'ultimo autoritratto che aveva scoperto sotto pesanti ridipinture, capivi che era uno studioso di totale integrità, che non aveva paura di rovesciare le carte in tavola per rimodellare la storia dell'arte.

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