Bob Wilson sotto i riflettori

Centotrenta anni dopo Claude Monet, il regista e artista visivo americano si cimenta sulla facciata della Cattedrale di Rouen nell’ambito del Festival Normandie impressioniste 2024

Robert Wilson. © Bronwen Sharp
Julien Bordier |  | Rouen

Due monumenti si incontrano. Da un lato, la Cattedrale di Notre-Dame di Rouen, gioiello dell’arte gotica costruito tra l’XI e il XVI secolo; dall’altro, Robert Wilson, 82 anni, gigante del teatro sperimentale che ha all’attivo l’opera «Einstein on the Beach» e la messa in scena de «L’ultimo nastro di Krapp» di Samuel Beckett, «L’Opera da tre soldi» di Bertolt Brecht, «Pelléas et Mélisande» di Claude Debussy, «Faust» di Johann Wolfgang von Goethe, l’«Odissea» di Omero e «Madama Butterfly» di Giacomo Puccini.

Philippe Platel ha fatto da sensale. Nel marzo del 2022, il direttore del Festival Normandie Impressioniste, che è multidisciplinare, ha invitato l’amico Bob a Rouen per esplorare con lui varie possibilità per l’edizione 2024 dell’evento che si svolgerà dal 22 marzo al 22 settembre. Teatro, danza, opera? Passando davanti alla cattedrale, il francese ha ricordato al suo ospite americano la serie di dipinti di Claude Monet, realizzati tra il 1892 e il 1894 e raffiguranti i fugaci effetti della luce sulla facciata in pietra. La parola magica è stata pronunciata. «Una delle chiavi di tutto il mio lavoro è la luce, afferma Bob Wilson. Ho avuto la fortuna, durante il mio primo anno di studi di architettura, di sentire parlare l’architetto Louis Kahn. Ci disse: “Studenti, io inizio sempre con la luce”. Queste parole hanno avuto una profonda influenza su di me e sul mio pensiero».

Balletto visivo
Per Normandie impressioniste, Bob Wilson ha riproposto «Cathédrale de Lumière», il programma estivo gratuito rivolto al grande pubblico. Un sistema di videoproiezione di immagini dinamiche che seguono perfettamente i contorni della facciata dell’edificio. Intitolato «Star and Stone: a Kind of Love... Some Say», lo spettacolo di luci e suoni della durata di 25 minuti e in programma dal 24 maggio al 28 settembre, si compone di 9 sequenze. Ognuna di esse è accompagnata da uno studio per pianoforte di Philip Glass e da estratti di testi della poetessa afroamericana Maya Angelou (1928-2014), letti in francese e in inglese dall’attrice Isabelle Huppert.

Quando gli viene chiesto come ha ideato questo balletto visivo, Bob Wilson afferra la sua cartellina di pagine bianche, estrae dalla giacca un pennarello nero e inizia a formare una griglia. «Mia madre diceva sempre: “Bob pensa quando disegni”, dice mentre traccia delle linee sulla carta. Immaginiamo che questa griglia rappresenti un edificio. Ognuno sistemerà il proprio appartamento all’interno secondo le proprie preferenze. Ma il tutto è tenuto insieme da una megastruttura. Ho fatto la stessa cosa per questa mostra. Inizio con una forma molto rigorosa, ma la cosa più importante è ciò che si mette dentro. Per il contenuto, ho pensato ai tre modi in cui i pittori tradizionalmente misuravano lo spazio: il ritratto, la natura morta e il paesaggio».

All’interno della matrice progettata da Bob Wilson, gli spettatori saranno affascinati da colate laviche, onde, esplosioni, crolli, un leopardo in movimento... Tutte queste scene illustreranno temi contemporanei. «In epoca medievale, la cattedrale era il centro del villaggio, un luogo dove gli artisti potevano mostrare le loro opere e i musicisti suonare. Chiunque poteva varcarne le porte, ricco o povero. Le nostre comunità hanno bisogno di qualcosa che assomigli a ciò che era la cattedrale. La vedo come un cubo di cristallo nel cuore di una mela. Può riflettere l’universo, essere una finestra sul mondo», aggiunge l’artista.
«Star and Stone: a Kind of Love... Some Say» di Robert Wilson
Il messaggio di «Star and Stone: a Kind of Love... Some Say» si basa in gran parte sulle poesie di Maya Angelou, «Still I Rise» e «Phenomenal Woman», manifestazioni della militanza femminista di questa discendente di schiavi i cui libri sono presenti nei programmi scolastici degli Stati Uniti. «Sono nato a Waco, in Texas, ricorda Bob Wilson. Sono cresciuto in una comunità molto conservatrice e razzista. Ero molto interessato alla cultura afroamericana, in particolare agli spirituals neri che sono alla base della musica americana. Uomini e donne picchiati, schiavizzati, incatenati, a cui era proibito leggere qualsiasi libro che non fosse la Bibbia, cantavano di speranza, cercando la luce nel cuore delle tenebre. Maya Angelou ha detto: “Dio ha creato gli arcobaleni per scacciare le nuvole”. È importante ascoltare la sua voce. Soprattutto in questi tempi complicati in cui viviamo, in cui l’odio si sta diffondendo su scala globale».

Bob Wilson è un vecchio maestro e sempre un visionario. Il suo primo shock estetico fu un’opera di Jackson Pollock, scoperta a Houston, in Texas, nella collezione di Dominique de Ménil. «Ero giovane e non sapevo nulla di arte, ricorda. Quel dipinto mi ha catturato. Non avevo mai pensato allo spazio in quel modo. L’altra “scossa” fu una tela di Barnett Newman dipinta nel 1947: alta circa 3 metri, è “vuota”, con un’unica striscia nera verticale che la attraversa. Per me il tempo è una linea verticale che sale verso il cielo e scende al centro della Terra. Lo spazio è una linea orizzontale. Insieme, queste linee formano una croce, l’architettura che sta alla base di tutto. Basta guardare la pianta di una cattedrale».

Punto di riferimento
Da giovane Bob Wilson voleva fare il pittore. Dopo aver studiato all’Università del Texas e al Pratt Institute di Brooklyn, all’età di 22 anni ha studiato a Parigi con l’artista espressionista astratto George McNeil (1908-95), «un uomo meraviglioso» che gli ha insegnato una certa disciplina. «Innanzitutto mi ha insegnato a organizzare il mio lavoro: lì, i colori disposti in file: giallo, arancione, rosso... Qui, i pennelli, i materiali di pulizia, l’acqua, il panno per pulirsi le mani. Mi disse: “Una volta che tutto è in ordine, sei libero di creare il caos. E appena hai finito, rimetti tutto a posto”. È stata una grande lezione. Si può lavorare velocemente quando si sa dove sono le cose. George McNeil mi ha aiutato a capire la struttura delle opere classiche. Mi ha mostrato Nicolas Poussin, Paul Cézanne... Mi ha insegnato che al mondo ci sono solo due linee, quella dritta e quella curva, e che è tutta una questione di scelta e di articolazione». Per illustrare il suo punto di vista, improvvisamente accartoccia un foglio di carta e lo mette sul tavolo: «Guardi, c’è un edificio di Frank Gehry!» Sotto l’austero abito nero si nasconde un acrobata.

Bob Wilson ha mantenuto i principi di George McNeil, ma ha abbandonato i pennelli. «Perché? Perché non ero molto bravo. Dio mi ha dato gli occhi per vederlo. Ma mi sono reso conto che ciò che non potevo ottenere visivamente sulla tela, potevo ottenerlo sul palcoscenico. Non ho mai studiato teatro. Se l’avessi fatto, non avrei fatto quello che sto facendo». Il punto di svolta è arrivato con «Lo sguardo del sordo», uno spettacolo di sette ore in totale silenzio. «L’ho scritto con un giovane nero non udente che non era mai andato a scuola e non conosceva le parole. È venuto a vivere con me (l’ho adottato, in effetti) e ho creato questo spettacolo con lui, basandomi sulle sue osservazioni e sui suoi sogni». Non ben accolta a New York, la produzione fu presentata per la prima volta in Francia nel 1971 e fu un grande successo. Bob Wilson trovò la sua vocazione. «Non avrei mai pensato di fare carriera in teatro. Poi mi hanno chiesto di andare a Berlino, a Milano...».

George McNeil non fu il primo artista che il texano incrociò nel suo lungo viaggio. Aveva 12 anni quando la sua famiglia, durante una vacanza estiva a Natchitoches, in Louisiana, visitò la Melrose Plantation, dove lavorava Clementine Hunter, una raccoglitrice di cotone diventata pittrice autodidatta all’età di 50 anni. Comprò da lei un piccolo dipinto per pochi centesimi: l’inizio di una collezione. «Clementine Hunter raffigurava la vita nella piantagione, la raccolta del cotone, la messa domenicale e le case di paglia costruite sul modello di quelle dei suoi antenati del Ghana. Ho alcuni dei suoi dipinti a casa; uno raffigura il battesimo nel fiume Cane a Natchitoches. Clementine Hunter è morta a 101 anni nel 1988. Non ha mai imparato a leggere o a scrivere. Ma con i suoi dipinti, ne ha realizzati quasi 4mila, ha registrato una vita che non esiste più». Nel 2013, il regista ha raccontato la storia di questa figlia di mezzadri diventata artista con una canzone, nello spettacolo «Zinnias: the Life of Clementine Hunter».

I quadri di Clementine Hunter sono gli unici appesi nella sua casa. «Vivere con i quadri è troppo conflittuale. Mi accontento di gallerie e musei». Nel 2013 ha presentato una parte della sua collezione di oggetti personali al Louvre di Parigi. «Accumulo ogni sorta di oggetto che trovo per strada o che la gente mi regala. In particolare, colleziono porte, perché al Watermill Center abbiamo una politica di porte aperte!» Bob Wilson ha un modo tutto suo di scherzare. Nel 1992 ha fondato uno spazio a Long Island, a due ore di macchina da New York, dove artisti visivi, danzatori e scenografi possono creare in tutta tranquillità. L’edificio centrale, che funge da ingresso a questo laboratorio dedicato all’ispirazione, è completamente aperto a est e a ovest, in modo che il sole possa attraversarlo. Linee rette, curve, una certa apertura mentale... una sintesi dell’arte di Bob Wilson.

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