Aspettando i barbari (ci sono ancora?)

Uno schema curatoriale didascalico, divulgativo e troppo vasto nella mostra centrale, artisti con il fiato corto o fuori forma, giovani che, allevati come polli in batteria, si rivelano esangui epigoni e una diffusa «retromania» appesantiscono, anche nei padiglioni, una Biennale sotto tono. Più che un’edizione di transizione sembra lo specchio di una crisi creativa globale

Franco Fanelli |  | Venezia

Gli allenatori di calcio lo sanno bene: lo schema, 4-4-2, 3-5-2 o 4-2-3-1 che sia, deve essere adatto ai giocatori che scegli. L’impressione è che l’applicazione dello schema a tutto campo scelto da Christine Macel, curatrice della 57ma edizione della Mostra Internazionale di Arti Visive della Biennale di Venezia non sia adatto agli artisti convocati. I temi dei nove capitoli o «transpadiglioni» della mostra centrale, forse imprudentemente intitolata «Viva Arte Viva», sono tracciati su una griglia a maglie troppo larghe perché gli artisti scelti da un’esperta storica dell’arte e curatrice come la Macel (forse più storica che curatrice, forse più adatta alla gestione e alla programmazione di un museo che al dinamismo richiesto da una mostra internazionale d’arte contemporanea) potessero «coprirli»: questo, soprattutto, a causa un’imbarazzante carenza di inventiva, energia e di forza
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