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Arte etnografica: le follie non sono un riferimento

Le tre aste autunnali di Christie’s e Sotheby’s totalizzano oltre 13 milioni

Appoggiapiedi maori venduto da Christie’s a 730mila euro. © 2020 Christie’s Images Ltd

Parigi. Il fatturato complessivo delle tre aste Christie’s e Sotheby’s di arte extraeuropea che si sono tenute a Parigi negli ultimi tre mesi dell’anno è stato di 13.114.438 euro. Questa cifra è il risultato della vendita di 100 opere su un totale di 154 (tutti i dati sul complesso delle vendite che si presentano in questo articolo sono stati calcolati da chi scrive a partire dai dati forniti dalle case d’asta). A un primo colpo d’occhio, il risultato sembra in linea con le più generali tendenze del mercato, dato che nella prima metà dell’anno le stesse case d’asta con sei vendite hanno fatturato 24.461.790 euro, riproponendo, grosso modo, la situazione del periodo 2017-19.

Tuttavia, come qui si osserva da tempo, questi confronti vanno presi con le pinze, perché rispecchiano universi non omogenei e molto diversi. Infatti, mentre il valore medio di un pezzo venduto nelle aste dei primi sei mesi dell’anno è stato di 53.294 euro, in quelle che ora si prendono in esame è balzato a 131.144 euro. In realtà, poi, questa stessa media è il risultato di vendite molto diverse.

Prendendole in esame singolarmente, si può cominciare dall’asta: «Splendors - Masterpieces of African, Oceanic and North American Art», che Christie’s ha organizzato il 30 ottobre scorso riproponendo le scelte degli ultimi mesi. In questa occasione, la maison ha presentato un selezionatissimo gruppo di 51 opere, 21 delle quali provenivano dalla collezione di un principe del Medio Oriente. Nel complesso l’asta è andata bene, perché, nonostante siano stati venduti solo 27 pezzi, il fatturato complessivo è arrivato a 7.792.000 euro.

Il 4 dicembre Sotheby’s ha risposto con due aste. Nella prima, «Arts d’Afrique, d’Amérique et d’Indonésie», erano offerte 66 opere che hanno realizzato un fatturato di 2.192,750 euro con una percentuale del venduto per numero di pezzi e per valore, rispettivamente, del 67% e dell’81%. Nella seconda, «Oceania», erano presentati 37 pezzi, che sono arrivati a un volume di vendite di 3.129.688 euro, con una percentuale del venduto per numero di pezzi e per valore, rispettivamente, del 78% e dell’85%. Per quanto con risultati così diversi sia difficile individuare il filo conduttore che muove il mercato, osservando i top lot, si potrebbe ipotizzare che i risultati delle opere di fascia alta e con pedigree prestigiosi siano di nuovo dovuti alla presenza di quei collezionisti senza problemi di budget, che negli ultimi mesi sembravano essersi un po’ diradati.

Il pezzo che ha realizzato il risultato più importante è una statua Songye con un ricco curriculum di mostre, che è stata venduta da Christie’s a 2.290.000 euro. Era stata valutata dagli esperti di Christie’s 700mila-1 milione euro, anche se nell’asta Sotheby’s di New York del 13 maggio 2011 era stata venduta a 2.098.500 dollari, partendo da una stima di 150-250mila dollari. Al secondo posto si è collocata una pagaia cerimoniale da danza dell’Isola di Pasqua, pure con importante pedigree, che nell’asta Sotheby’s del 4 dicembre è arrivata 1.812.500 euro a partire da una «stima su richiesta».

Dopo questi due reperti il vertice di questa tornata di aste è stato occupato da sei opere presentate da Christie’s, tra le quali si possono segnalare una maschera Ligbi, un «appoggia piedi» di un bastone da scavo maori e una maschera Tsimshian, che sono stati venduti, rispettivamente, a 1.234.000, 730mila e 610mila euro a partire da stime di 600-800mila, 300-500mila e 600-900mila. Tra questi ultimi merita di essere messo al centro dell’attenzione l’«appoggia piedi» maori, che il 15 giugno 2011 era stato venduto da Sotheby’s a 1.408.750 euro con stima di 80-130mila.

È evidente, dunque, che mentre gli esperti delle case d’asta continuano a fare il loro mestiere correttamente, facendo stime sensate che, nei limiti del possibile, ignorano le follie dei collezionisti senza limiti di budget, gli exploit di pezzi che, pur non essendo dei capolavori, raggiungono cifre da capogiro non possono essere considerati dei punti di riferimento. E qui sembra opportuno ricordare che su queste pagine chi scrive ne ha sempre parlato per dovere di cronaca, ricordando sempre, però, che il punto di partenza e d’arrivo della valutazione di un’opera deve attenersi alle sue qualità formali.

Antonio Aimi, da Il Giornale dell'Arte numero 404, gennaio 2020



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