Arte a 33 giri

Matisse e Basquiat, Dubuffet e Beuys, la storia della musica e dell’arte moderna e contemporanea in una mostra di vinili d’autore

Una veduta della mostra «Arte a 33 giri» (15 aprile - 11 settembre) allo Spazio Musa, Torino, 2022.
Alessandra Mammì |  | Torino

In principio fu Andy Warhol. Anche se non fu il primo artista a firmare copertine di dischi. Lo avevano preceduto ottimi illustratori, grafici di genio e persino un grande interprete del suo tempo come Ben Shahn, il militante, l’espressionista, il disegnatore che aveva raccontato l’America della crisi del 1929 e del New Deal, ma Warhol riuscì altrettanto bene a ritrarre strumenti e musicisti per cover di gospel, jazz o super classici da Beethoven a Bach.

Anche le case discografiche avevano usato (e ancor oggi usano) immagini di quadri celebri, surrealisti in cima, da Dalì a Magritte, per illustrare sinfonie e opere liriche. Ma in questi casi il compito dell’artista si limitava alla cessione dei diritti. Per Warhol il concept di un disco non era un vestito visivo da fornire a un oggetto, ma significava aggiungere un tassello a quell’universo musicale che circondava tutta la sua ricerca. È la storia che vediamo scorrere in questa mostra, cover dopo cover, come un diario che racconta e segna le tappe seminali dei grandi cicli del suo lavoro e insieme l’evolversi della Pop Revolution. 

Per costruire il personaggio diventa fondamentale il ruolo dell’artista che lo plasma e lo rende totemico. La copertina di un disco è ormai veicolo di ben altro che una informazione sul contenuto musicale. È un biglietto da visita persino più forte della musica che contiene, il più importante tassello del puzzle su cui costruire una macchina del desiderio dove viaggia l’opera della star-idolo.

Non è solo il caso del «Banana Album» dei Velvet. Celebre quanto il disco è anche la indimenticabile copertina di «Stg. Pepper’s Lonely Hearts Club Band» con la quale Peter Blake nel 1967 vinse un Grammy, sia per quel pirotecnico e coloratissimo collage di personaggi che circondano i Beatles sia per l’invenzione di stampare per la prima volta sul retro i testi delle canzoni. Agli antipodi, ecco l’ascetico «White Album» voluto dal celebrato pittore inglese Richard Hamilton proprio in contrasto con il chiassoso circo della «banda dei cuori solitari». Un candore spirituale che indicava la nuova poetica intrapresa dalla band, immortalata dal poster al suo interno con i ritratti degli ex quattro ragazzi di Liverpool ormai cresciuti.

La strada è aperta. Artisti di fama accettano ben volentieri la sfida di confrontarsi con celebri rock star e musica sperimentale nel ring di quel quadrato che riveste il vinile. Tra i tanti: Keith Haring e David Bowie; Francesco Clemente e Mick Jagger; Jim Dine e i Cream; Sol Le Witt e Philip Glass; Julian Schnabel ed Elton John; Jeff Koons e Lady Gaga. Per non parlare di alcuni insospettabili come Jannis Kounellis con l’album «Red Barker Tree» dei Wire o il raro vinile con voce di Joseph Beuys «Ja ja ja nee nee nee» registrazione di una Fluxus performance del 1970, con ipnotico mantra ripetuto ossessivamente, rivestito da una copertina/libro concepita dal grande artista guru.

Spettacolare poi è nei primi anni Ottanta la collaborazione fra Robert Rauschenberg e i Talking Heads per l’album «Speaking in Tongues» del 1983, dove l’intervento estetico si estende dalla copertina al disco trasparente stampato in più versioni policromatiche: edizione limitata come un vero e proprio multiplo. Di certo poi il punk inglese fu terreno fertile per la nascita degli Young British Artist capeggiati da un Damien Hirst che all’inizio della sua carriera già affermava «Ho imparato più dai Beatles che da Picasso».

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