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ARNAULT E PINAULT | Star Wars

Dopo l’incendio di Notre-Dame Pinault offre 100 milioni di euro per i restauri, poco dopo Arnault rilancia con 200

La sede progettata da Frank Gehry per la Fondation Vuitton di Bernard Arnault

L’ultimo episodio della guerra tra i due tycoon «che sognano di diventare i nuovi Lorenzo de’ Medici e John Rockefeller» si è giocato il 15 aprile scorso: mentre la cattedrale Notre-Dame de Paris era ancora in fiamme, François Pinault annuncia un dono di 100 milioni di euro per la ricostruzione. Qualche minuto dopo, Bernard Arnault rilancia e raddoppia: il suo dono sarà di 200 milioni. La corsa al miglior offerente per Notre-Dame sfiora la caricatura.

Ma al di là dello scivolone di cattivo gusto, l’episodio la dice lunga sulla battaglia ventennale che i due miliardari, il primo fondatore del gruppo Kering (Yves-Saint Laurent, Gucci, Boucheron, Bottega Veneta...), il secondo Ad di Lvmh (Louis Vuitton, Dior, Bulgari, Tiffany & Co, rilevata lo scorso novembre, Chaumet...), stanno combattendo, a suon di milioni e astuzie, «per conquistare il titolo di principe-mecenate» dei tempi moderni. Conquista necessaria per trasformare l’immagine del volgare uomo d’affari in quella di magnanimo mecenate, in particolare in un Paese come la Francia «dove la fortuna è sospetta»: l’arte insomma come salvacondotto per nobilitare la ricchezza e assicurarsi l’«immortalità» nel più dignitoso dei settori.

«Ma è sufficiente esibire grandi ambizioni e immense risorse per costituire una grande collezione e pretendere di essere considerato un autentico collezionista?», si chiede Jean-Gabriel Fredet in La guerre secrète des milliardaires de l’art (Éditions de L’Observatoire, Parigi 2019, pp. 352, € 21,00; uno stralcio del’introduzione è pubblicata nel box in alto). Un saggio molto documentato, in cui il giornalista del settimanale economico «Challenges» racconta, attraverso aneddoti e testimonianze, i dietro le quinte della sfida tra due eterni rivali, tanto nel mercato del lusso quanto in quello dell’arte. Battaglia tra ego smisurati? Sincera passione per l’arte? Semplice arricchimento?

Ma mentre i due rivali ridisegnano l’offerta museale della capitale e ne arricchiscono il patrimonio architettonico, Fredet pone anche un’altra domanda: e se, alla fine della sfida, i veri vincitori fossero Parigi e i parigini? I due miliardari lasceranno alla città due nuovi musei che lo Stato francese, un tempo capace di costruire la Piramide di vetro del Louvre chiamando Ioeh Ming Pei, oggi non si può più permettere. Uno, la Fondation Vuitton, aperto nel 2014 nel Bois de Boulogne, capolavoro architettonico e prodezza tecnologica, già meta turistica, anche per la qualità delle mostre proposte. L’altro, la Bourse de Commerce (nel cuore di Parigi, in un quartiere, quello di Les Halles, in piena rinascita), un edificio settecentesco di forma circolare, bellissimo ma vuoto da dieci anni, che Pinault sta restaurando e che il pubblico scoprirà da giugno.

I protagonisti
I due frères ennemis vengono da due ambienti molto diversi. François Pinault è nato il 20 agosto 1936 a Champs-Géraux, Bretagna, in una famiglia cattolica, senza lussi. Il padre è agricoltore e possiede una segheria. Pinault, autodidatta, senza diplomi né grande capitale, si lancia nel commercio del legno, ha fiuto, è audace. Diventa un «pirata degli affari». Bernard Arnault è nato il 5 marzo 1949 a Roubaix, in una famiglia borghese del Nord. Il padre è un industriale. Il giovane Bernard cresce con la nonna, studia il pianoforte, frequenta la prestigiosa École Polytecnique. Ha la strada spianata. E l’arte in tutto questo? Scrive Fredet: «Chi dei due ha previsto per primo lo straordinario futuro dell’industria del lusso? Chi ha anticipato per primo la potenza delle nozze del lusso e dell’arte?».

Bernard Arnault ha i primi contatti con l’arte sin da giovane. Con la nonna visita il Palais des Beaux-Arts di Lille dove scopre i fiamminghi e Goya. Partecipa ad alcune aste con la madre. Il primo acquisto è un Monet, «Le pont de Charing cross», acquisito in una vendita newyorkese nel 1982: «Sono stato il solo ad alzare la mano. E il prezzo era molto ragionevole», ha commentato.
François Pinault cresce in un ambiente senza arte. Ma «paradossalmente, scrive Fredet, è il primo dei due a interessarsi» al bello. Anche grazie alla moglie Maryvonne, antiquaria di Rennes. Fredet racconta: «I mercanti (Paul Facchetti, deceduto nel frattempo, e Baudoin Lebon) si disputano la vendita del suo primo quadro. Il Sérusier della scuola di Pont-Avène appeso al muro della dimora parigina della rue du Bac? O un Robert Ryman, maestro dell’astrattismo? Pinault non è un filosofo. A Pierre Daix, scrittore e storico dell’arte, suo primo mentore, riguardo all’opera Nabi, confida: “L’ho acquistata perché la balla di fieno mi ricorda la mia fattoria natale”».

Oggi la collezione di Pinault conta più di 5mila opere. Di lui si dice che ha occhio e passione. Nel 1985 ha acquistato per 500 dollari un’opera di Jeff Koons che nessuno conosceva e che ora vale milioni. Frequenta gli artisti, punta sugli emergenti e i provocatori. Ma resta innanzitutto un uomo d’affari: «Il denaro è uno sport», sarebbe una delle sue frasi celebri. La sua «suprema abilità»: entrare nel capitale delle gallerie. «Il principio è semplice, scrive Fredet: coprendo le spese della galleria, un grande collezionista può acquisire le opere dell’artista esposto a prezzo stracciato […]. Pinault è stato azionista della galleria Marbeau, poi di quella di Emmanuel Perrotin, scopritore di Takashi Murakami e di Maurizio Cattelan, due dei suoi artisti preferiti».

Nel 1998, Pinault sborsa 900 milioni di dollari per comprare la maison d’aste Christie’s, rivale di Sotheby’s: «Comprare il proprio venditore è, ovviamente, il sogno di ogni collezionista». Il contesto è propizio: «Nel corso degli anni, scrive Fredet, le grandi case d’aste (Christie’s, Sotheby’s, Phillips) sono diventate delle cash machine. Concentrandosi sul mercato iper speculativo dell’arte moderna e contemporanea, dominato da “specullector” (contrazione di speculator e collector) realizzano, grazie a qualche mago che sa come coniugare arte e showbiz, degli incassi mirabolanti». Con Pinault ogni asta si trasforma in show. Il 15 novembre 2017 si batte al Rockefeller Plaza il «Salvator Mundi» attribuito a Leonardo da Vinci. Pinault realizza un «colpo da maestro»: include il quadro di Leonardo nell’asta del Dipartimento d’arte contemporanea. È un successo storico: l’opera viene acquistata dal principe ereditario saudita per il prezzo record di 450 milioni di dollari.

Fondazione vs collezione
All’«intuitivo» Pinault si oppone lo «scientifico» Arnault. In materia d’arte, il patron di Lvmh ha gusti più classici, Matisse, Picasso, Cézanne, Van Gogh. Per l’ufficio al nono piano della palazzo Lvmh ha scelto Picasso e Giacometti. Lo dicono riservato. Tra le sue passioni, gli scacchi e il tennis. Pare che, racconta Fredet, abbia inviato il suo jet privato a prendere Roger Federer per una lezione a 100mila euro. Se l’avventura con la maison Phillips, acquistata per 121 milioni di dollari nel 1999, si è chiusa in due anni, un fallimento rispetto al successo di Pinault con Christie’s, il vero gioiello di Arnault è la Fondation Vuitton, il «veliero» progettato da Frank Gehry nel Bois de Boulogne. Il 13 ottobre 2014 l’uomo d’affari, patrimonio da 90 miliardi di euro, inaugura la sua fondazione d’arte realizzando l’agognato «matrimonio tra arte e lusso».

Le critiche (e le invidie) non mancano. C’è chi rimprova il ricorso a un’archistar le cui follie architettoniche hanno fatto lievitare a dismisura il budget, inizialmente previsto a 100 milioni di euro. Chi critica il sistema di finanziamento del progetto che garantisce importanti sgravi fiscali al miliardario, il 60% delle spese annue effettuate a titolo di mecenatismo (nel limite dello 0,5% del fatturato, tasse escluse), come previsto dalla legge francese. Si criticano le borsette Vuitton in vendita a qualche migliaio di euro nella boutique. La Fondation semplice vetrina promozionale del marchio di lusso?

Pinault aveva già tentato di dare una sede a Parigi alla sua collezione, precisamente all’île Seguin, a Boulogne, ex sede di uno stabilimento Renault. Ma l’operazione si è conclusa con uno smacco cocente per il miliardario. Pinault è allergico alla formula della fondazione, che già in passato, prima di Arnault, aveva permesso la nascita nel 1964 della Fondation Maeght di Saint-Paul-de-Vence, e nel 1984 della Fondation Cartier, a Montparnasse. Per spiegare quel fallimento si è parlato tanto di lungaggini amministrative. Fredet racconta che a mettere un freno era stato invece l’allora presidente Jacques Chirac, morto di recente, il quale non aveva voluto cedere alle richieste dell’amico miliardario che pretendeva una legge su misura per realizzare il suo museo. A dispetto di non avere Parigi, Pinault si è regalato Palazzo Grassi a Venezia, acquistato «segretamente» per 19 milioni di euro alla famiglia Agnelli. Un «buon affare»: «Gli Agnelli, scrive Fredet, avevano venduto al Casinò del Lido la loro parte nella società Palazzo Grassi Spa. Pinault Venise l’ha riacquistata a questo organismo, che aveva finanziato i lavori di recupero, a un prezzo inferiore. Il Comune restava proprietario al 20%, coprendo le spese per la sicurezza».

Dopo Palazzo Grassi è la volta di Punta della Dogana che Pinault sfila sotto gli occhi alla Salomon R. Guggenheim Foundation di New York. Il francese ha i 25 milioni di euro necessari per il recupero del complesso, tra il Canal Grande e il Canale della Giudecca. La cosa «gli vale il favore del sindaco Massimo Cacciari, che diventa suo alleato». Il 5 giugno 2007 Pinault annuncia di aver ottenuto la concessione del sito della Dogana per trent’anni. Affida i lavori all’architetto giapponese Tadao Ando. Christie’s ha ormai anche lo showroom che le mancava: «Esposta in un museo un’opera acquisisce un consistente valore aggiunto. Presentata poi in una casa d’aste questo valore aggiunto porta grandi benefici al suo proprietario. E che quest’ultimo possegga anche il museo non crea a Pinault alcun imbarazzo». Ma Pinault continuava ad avere un’ossessione: trasferire la sua collezione, o parte di essa, a Parigi.

Nel 2016, con la complicità della sindaca Anne Hidalgo, trova il sito ideale, la Bourse de Commerce, tra il Centre Pompidou e il Louvre. Il contratto prevede una concessione per 50 anni e il pagamento di un’affitto di 60mila euro l’anno più il 5% del fatturato. Pinault finanzia il restauro del palazzo del 1763, che gli costerà circa 150 milioni di euro. Anche questa volta è affiancato da Tadao Ando. Presentando il progetto alla stampa, il 26 giugno 2017, Pinault annuncia che rinuncerà agli sgravi fiscali previsti dalla legge sul mecenatismo. Per fare presto e vedere realizzato il suo sogno, Pinault, 83 anni, ha ottenuto l’ok della Città senza passare attraverso una gara d’appalto, né per un concorso di architetti. Pare, racconta Fredet, che Bernard Arnault, furioso, abbia telefonato di persona alla Hidalgo per lamentarsi del favore concesso al rivale.

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 404, gennaio 2020


  • La Bourse de Commerce: da giugno accoglierà la collezione Pinault a Parigi, nel quartiere di Les Halles, su progetto di Tadao Ando. Crédits Ville de Paris

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