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Mostre

Anche le imperfezioni hanno senso

Alla Reggia di Venaria oltre 200 fotografie e video di Paolo Pellegrin

«Emma, 6 anni, corre tra i campi di fronte alla cascina nella quale abbiamo trascorso il periodo di quarantena in famiglia, per via della pandemia da Coronavirus. Svizzera, 2020» di Paolo Pellegrin. © Paolo Pellegrin/Magnum Photos

Sulle pareti dello studio di Paolo Pellegrin troviamo una costellazione di provini di stampa, fotocopie, appunti, schizzi e disegni da cui emergono gli elementi ricorrenti della sua produzione: le guerre raccontate attraverso un’intensa partecipazione alle tragedie umane, la fragilità di un pianeta al collasso, la bellezza nella scoperta dell’altro. Non vengono escluse nemmeno le sgranature, gli errori, le esposizioni sbagliate.

Nelle imperfezioni Pellegrin ritrova il mistero che dà senso alla sua ricerca, iniziata ormai più di quarant’anni fa. Qui, fra puntine e scotch, i progetti prendono consistenza, lui stesso si definisce «un artigiano», ha bisogno di maneggiare le proprie immagini per far emergere l’essenza di ciò che la macchina fotografica riprende.

Le pareti del suo studio sono riproposte anche all’interno della mostra «Paolo Pellegrin. Un’antologia», dall’1 ottobre al 31 gennaio nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria. Curata da Germano Celant, e adattata per questa sede da Annalisa D’Angelo con la collaborazione di Chiara Pellegrin, l’esposizione ripercorre l’intera carriera del celebre fotografo Magnum, mostrandone la complessità e la ricchezza anche attraverso gli aspetti più progettuali.

Con oltre 200 fotografie e video, il percorso si dispiega fra i conflitti ritratti in Kosovo, Cambogia, Iraq e Gaza, gli scontri razziali di Milwaukee, le migrazioni contemporanee, lo scioglimento dei ghiacci artici, articolandosi secondo i due estremi della luce e del buio che nelle immagini di Pellegrin assumono una connotazione esistenziale. Dai chiaroscuri che caratterizzano il suo stile, infatti, emergono intensamente le fragilità umane, ma anche una bellezza che non cede il passo nemmeno alle peggiori tragedie.

Come le pareti dello studio seguono il progredire della pratica dell’autore, così anche la mostra si evolve e accoglie nuove componenti. Non possono quindi mancare gli scatti realizzati durante il lockdown passato con la famiglia in una baita in Svizzera (pubblicati lo scorso maggio da «The New York Times») e il lavoro portato a termine proprio durante l’insorgere della pandemia: un’indagine sulle conseguenze degli incendi che hanno devastato l’Australia a inizio anno.

Se nel primo caso ci troviamo di fronte a immagini che si discostano molto dalle sue precedenti ricerche (è lui stesso a dire: «Dopo decenni di un certo tipo di fotografia, molto frenetica e dinamica, mi sono ritrovato a cercare momenti di silenzio. Prima non avevo mai fotografato davvero seriamente la mia famiglia o le ragazze»), nel secondo ritorna ancora una volta una delle tematiche care all’autore: il mondo che cambia, e con esso la storia dell’uomo.

Monica Poggi, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020

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