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Mostre

Alla Tate Modern la memoria di Pierre Bonnard

Il pittore ripensato in una mostra «slow» che andrà poi a Copenaghen e a Vienna

Pierre Bonnard «Finestra aperta sulla Senna (Vernon)» (1911-12)

Londra. Il tempo assume una qualità speciale nei dipinti di Pierre Bonnard. Per lo scrittore Julian Barnes, le languide scene domestiche dell’artista francese sembrano tutte svolgersi «in un intervallo di alcune ore prima e dopo pranzo». Marthe de Méligny, compagna di Bonnard, appare come senza età nelle continue rappresentazioni che l’artista fece di lei intenta a fare il bagno o a vestirsi. Bonnard, che preferiva dipingere a memoria, completò il suo ultimo «Nudo al bagno» anni dopo la morte di Marthe.

Come anticipa Matthew Gale, capocuratore alla Tate Modern, uno degli obiettivi di «Pierre Bonnard. Il colore della memoria», la mostra che il museo londinese accoglie dal 23 gennaio al 6 maggio (andrà poi a Copenaghen e a Vienna) sarà quello di «fissarlo nel tempo». A 20 anni dall’ultima rassegna londinese, alla Tate Gallery, Gale si prefigge di «ripensare Bonnard».

L’allestimento parte dal 1912, un «momento significativo» nella carriera del pittore. Dopo essersi fatto un nome in seno ai Nabis negli anni ’90 dell’Ottocento e avendo come mercanti i Bernheim-Jeune, Bonnard, osserva Gale, «avrebbe potuto proseguire su quella traiettoria, essendo un artista di successo del secolo precedente». Scelse invece di realizzare dipinti sensuali e luminosi, avulsi dal Cubismo e dal Surrealismo. Dopo la sua morte, nel 1947, le sue credenziali moderniste furono oggetto di dure critiche. Picasso definì Bonnard «solo un altro neoimpressionista, un decadente». Alla Tate, prosegue Gale, «proveremo a guardare alla sua opera nel contesto del XX secolo».

In mostra c’è ad esempio «Un villaggio in rovina vicino a Ham» (1917), eseguito durante una missione sul fronte occidentale. Fin dagli anni ’20 i critici associarono Bonnard a «bonheur», felicità, nonostante le interviste, le lettere e i diari dell’artista non svelino molto sulle sue motivazioni. «La riflessione dietro questa mostra, precisa Gale, ha riguardato soprattutto il rapporto tra colore e atmosfera del dipinto. Il colore è seducente e gioioso, ma le sfumature cercano di catturare un momento effimero, sostanzialmente malinconico, come nel tentativo di afferrare qualcosa che ti passa davanti agli occhi».

La Tate organizza visite guidate «a lenta osservazione»: alcune opere, infatti, sottolinea Gale, «sono così dense che ci si può ritornare sopra molte volte vedendoci sempre cose nuove». Lo «Studio con mimosa» (1939-46), per esempio, «ha un impatto immediato e ripaga dopo una lunga osservazione dei dettagli».

Hannah McGivern, da Il Giornale dell'Arte numero 393, gennaio 2019


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