Alla Querini Stampalia Danh Vo artista e curatore

L’artista vietnamita racconta il progetto che ha co-curato con Chiara Bertola a Venezia in cui le sue opere vengono presentate insieme a quelle di Park Seo-Bo e di Isamu Noguchi

«Park Seo-Bo Ecriture No. 080831» (2008) di Danh Vo
Anny Shaw |  | Venezia

«Tendo a lavorare in maniera un po’ “kamikaze”, le cose accadono in situ»: ad affermarlo è l’artista danese-vietnamita Danh Vo (1975) riguardo all’esposizione che presenta i suoi lavori accanto a quelli di Park Seo-Bo (1931), noto come fondatore del movimento coreano Dansaekhwa (pittura monocroma) e Isamu Noguchi (1904-88) scultore, architetto e designer statunitense. Vo ne è anche curatore insieme a Chiara Bertola, curatrice del museo e della mostra che dal 20 aprile al 27 novembre sarà visitabile alla Fondazione Querini Stampalia.
Dalla sua fattoria a Güldenhof (a 50 km da Berlino), mesi prima dell’inaugurazione, Vo racconta come pensa di organizzare i lavori di artisti appartenenti a tre generazioni diverse nel progetto veneziano, e di come sia il caos, piuttosto che l’ordine, ad accomunarli.

Perché ha voluto questa esposizione?
Installare opere di altri artisti ti dà il privilegio di conoscerli davvero. Da visitatore ti limiti a osservare le cose, ma quando curi una mostra ne senti tutto il peso. È un modo empirico di conoscere le opere, qualcosa che ho sempre desiderato. È un privilegio ed è divertente. In mostra ci saranno tre generazioni diverse, tre tecniche differenti. Per quanto riguarda il mio lavoro, mi atterrò alla fotografia: verrei eclissato se esponessi le mie sculture insieme a quelle di Noguchi. Le opere esposte appartengono ai tre media classici: fotografia, scultura e pittura. Un altro aspetto molto interessante è che la Fondazione Querini Stampalia unisce periodi e stili diversi, dall’antica Venezia fino al Modernismo, in un collage pazzesco. È un ambiente in cui sono intervenuti diversi architetti, dunque questo aggiungerà un’ulteriore dimensione. Per questa occasione verranno mostrati solo le «Akari», sculture di luce, di Noguchi e i dipinti di Park, molto lineari. Quindi è un modo di analizzare queste opere, comprese le mie, e di osservare come sono sopravvissute nel tempo. Saranno disseminate in tutti gli spazi della Querini Stampalia, creando un collage del tempo.

La sua idea è dunque di focalizzarsi sulle «Akari» di Noguchi?
È quasi una retrospettiva su questo nucleo di lavori. Mi piace sempre lavorare con le opere di altri, soprattutto se sono trascurate. Lo stesso Noguchi aveva la sensazione che le «Akari» fossero state fraintese. Ha venduto l’anima a Vitra, e poi è arrivata Ikea (con uno spinoff). Così queste sculture di luce sono state distribuite come semplici lampade, cosa che in effetti sono, ma sono anche molto più. Questa è la mia prospettiva sulle opere. Noguchi ha avuto altri mentori, ma i due che si possono riconoscere nelle lampade «Akari» sono Brancusi, per le forme, e Buckminster Fuller, per le invenzioni. Noguchi è stato il primo a inserire una lampadina in una forma archetipa (un aspetto che richiama totalmente Fuller). In queste opere si può appunto vedere l’influenza di due maestri che sono stati importantissimi per Noguchi. Per me sarà interessante prendere le «Akari» e presentarle davvero come sculture per vedere come se la caveranno in quel contesto. Ma credo che lo faranno egregiamente, perché sono proprio magiche.

E perché Park Seo-Bo? Si concentrerà sui suoi dipinti calligrafici della serie «Écriture» iniziata alla fine degli anni Sessanta?
Sì, per me sono un punto di riferimento per il nucleo di lavori in cui ho coinvolto mio padre, chiedendogli di trascrivere le scritture. Penso che i dipinti di Park Seo-Bo staranno bene esposti insieme alle mie opere, in cui mio padre è intervenuto scrivendo e riscrivendo nomi di fiori. Spero che vi saranno tanti dipinti «Écriture» quante lampade «Akari», ma dovrò faticare parecchio per portarli a Venezia.

Per quanto riguarda il suo lavoro, lei presenta delle nuove fotografie. Può dirci qualcosa di più su questo aspetto della mostra?
Si tratta di un nuovo nucleo di opere riferite al mio interesse per il giardinaggio, nato per caso. L’idea di base è proprio quella di riconoscere che sono moltissime le cose che non sappiamo. Pensavo di essere una persona colta e istruita, ma mi sono reso conto di non conoscere i nomi delle piante e degli uccelli che tutte le mattine vedo dalla mia finestra. La mia conoscenza è paragonabile al mio vietnamita di quand’ero piccolo. Quindi per me «si torna a scuola».

Secondo lei quali sono i punti in comune che uniscono voi tre come artisti?
Preferisco il caos all’ordine. Non cerco un significato, cerco possibilità. A volte le cose non devono necessariamente avere un senso. Quindi la domanda è: come possiamo dare un senso a questo caos?

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