Alla Haus der Kunst drammi artificiali ed environments multistrato

Le installazioni generative-neurali di WangShui e gli ambienti immersivi di tre generazioni di artiste

Particolare dell'installazione «Spectral Passage» di Aleksandra Kašuba (1974-1975). Foto: Museo Nazionale d'Arte della Lituania.
Francesca Petretto |  | Monaco di Baviera

La Haus der Kunst ospita a partire dall’8 settembre le due mostre: «WangShui. La certezza della carne» (fino al 14 aprile ’24) e «In altri spazi: ambienti di artiste donne dal 1956 al 1976» (fino al 10 marzo ’24) rispettivamente dello statunitense WangShui (New York, 1986), che chiede per essere definito l’utilizzo del «singular they» inglese (usato per le persone non binarie), e del gruppo di 11 donne di diversa provenienza geografica e cronologica (Judy Chicago, Lygia Clark, Laura Grisi, Aleksandra Kašuba, Lea Lublin, Marta Minujín, Tania Mouraud, Maria Nordman, Nanda Vigo, Faith Wilding e Tsuruko Yamazaki) riunite dalla curatela di Andrea Lissoni e Marina Pugliese, insieme ad Anne Pfautschin, in un’unica, grande tematica che ha per oggetto i cosiddetti «environments multistrato» ovvero le opere d’arte tridimensionali e immersive, sulla soglia tra arte, architettura e design, create dalle tradizionalmente meno rappresentate artiste donne non solo occidentali.

«La certezza della carne» è la prima personale istituzionale di WangShui (1986) in Europa, artista di video, sculture, dipinti e installazioni generative-neurali in grado di reagire agli ambienti: i corpi non umani che vi vengono simulati anticipano un futuro in cui le estensioni tecnologiche del nostro fisico e della nostra mente trasformeranno la comunicazione tra persone e l’espressione di sé.

L’installazione centrale «Certainty of the Flesh» che dà il titolo alla mostra, accompagnata da una serie di dipinti realizzati da WangShui con l’uso dell’intelligenza artificiale, è costituita da schermi al Led personalizzati che si intrecciano tra loro e con l’architettura della Haus der Kunst: lasciandosi ispirare dalla fantascienza, dalle antiche saghe mitologiche e anche dalle sceneggiature dei reality show televisivi contemporanei, viene generato algoritmicamente un «dramma artificiale» che si svolge in tempo reale.

Il lavoro del visual artist newyorkese apre delle finestre inedite sugli infiniti, (im)possibili mondi virtuali, e poiché offre anche un punto di vista attualissimo sulle forme d’arte e le loro interazioni con gli ambienti, è perfetto per fare da contraltare alle opere esposte nell’altra mostra, dove gli spazi presentati, creati e trasformati da tre generazioni di artiste internazionali nel ventennio 1956-76, mostravano già al loro tempo il carattere altamente sperimentale e interattivo degli artistic environments, benché non ancora computerizzati.

© Riproduzione riservata  Particolare dell'installazione «Quiet as It's Kept» di WangShui (2022) Whitney Biennial 2022. Foto: WangShui / Alon Koppel Photography. «Penetración Expulsión» di Lea Lublin (1970) Bienal de Arte Coltejer, Medellín 1970. Foto: Nicolas Lublin, Parigi Istituto di Studi sull'Arte Latinoamericana (ISLAA), New York
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