Alla Fondazione Cini si gioca col fuoco

Attraverso 26 opere la mostra documenta l’uso del fuoco in alcune delle più celebri ricerche del secondo Novecento

Pier Paolo Calzolari, «Mangiafuoco» (1979) durante «Pier Paolo Calzolari: Opere 1968-1986», Galleria Civica d’Arte Moderna, Modena, 1986 © Giorgio Colombo, Milano Arman al lavoro. Foto Shunk-Kender © Roy Liechtenstein Foundation
Franco Fanelli |  | Venezia

Le eruzioni vulcaniche nella pittura napoletana, le apocalittiche visioni del romantico inglese John Martin, l’immancabile candela negli interni di La Tour, la lanterna che arde illuminando i patrioti fucilati nel celebre dipinto di Goya, la fiaccola accesa nella devastazione di «Guernica» di Picasso… La presenza del fuoco nella storia dell’arte è costante e ha assunto le funzioni e i significati più diversi, dal sublime al pittoresco, da accessorio drammaturgico a presenza simbolica. Nel secondo Novecento il fuoco, come altri elementi naturali, è diventato un materiale artistico, com’era normale che fosse in un periodo in cui gli artisti maturarono una certa avversione nei confronti dell’immutabilità feticistica dell’oggetto artistico e presero a esaltare la processualità, la metamorfosi, la reattività chimica.

Alla Fondazione Cini sull’Isola di San Giorgio uno specialista di quel periodo, Bruno Corà, porta dal 22 aprile al 24 luglio nella mostra «On Fire» sei casi esemplari, rinunciando alla tentazione «tassonomica» per altri curatori irresistibile in presenza di temi così ricchi. Da Byars a Nunzio, per limitarci a due nomi, non sarebbe stato difficile. Attraverso 26 opere la mostra documenta l’uso del fuoco come strumento pittorico in Yves Klein e in Pier Paolo Calzolari (dal 21 al 24 aprile è annunciato anche un sipario performativo, con l’azione del «mangiafuoco» che sputa fiamme su superfici pittoriche). Fuoco come tesi e antitesi, distruttore e creatore a un tempo, nelle plastiche modellate da Alberto Burri.

Come castigo e rigenerazione: nella «Margherita di fuoco» di Kounellis (1967, nella foto) il fiore è tagliato nel metallo dalla stessa fiamma ossidrica che, erompendo dal centro, dà vita alla scultura. In Arman, la combustione dell’oggetto d’uso è il rito iniziale e iniziatico prima che esso, accorpato nella resina in multiformi assemblage, diventi «opera». In Claudio Parmiggiani, infine, l’opera pone spesso al centro il tema della memoria: il fumo che si leva dal rogo (un altro rito, carico di tragici echi) rivela in «negativo» presenze scomparse, libri, lucerne, bottiglie morandiane. Il catalogo (Forma edizioni) comprende i testi del curatore e di Luca Massimo Barbero, direttore dell’Istituto di Storia dell’arte della Fondazione Giorgio Cini. La mostra è stata organizzata con la collaborazione della Galleria Tornabuoni Art.

© Riproduzione riservata «Margherita di Fuoco» (1967) di Jannis Kounellis © Claudio Abate, Roma
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