Alberto Boatto estremo, solitario, remoto

Il MaXXI celebra uno dei più lucidi, colti e originali critici d’arte italiani del secondo ’900

Alberto Boatto. Foto di Massimo Piersanti. Cortesia del MaXXI
Guglielmo Gigliotti |  | Roma

Con «Alberto Boatto. Lo sguardo dal di fuori», il MaXXI celebra, fino al 10 ottobre 2021 nell’Archive Wall uno dei più lucidi, colti e originali critici d’arte italiani del secondo ’900. Di Boatto (Firenze, 1929-Roma, 2017) figurano lettere ad artisti e storici dell’arte, riviste, fotografie e manoscritti dall’Archivio donato al museo nel 2019 dalla moglie Gemma e dal figlio Andrea.

Autore, negli anni ’60 di saggi sulla Pop art e di testi sui più importanti artisti del tempo, fondatore di riviste d’avanguardia («Cartabianca», «Senzamargine»), interprete militante dell’arte più attuale, virò dai primi anni ’80 in un territorio di introspezione filosofica.

Come definire Boatto? Lo chiediamo al curatore della mostra, Stefano Chiodi: «La sua è stata una ricerca di tipo antropologico, filosofico, letterario, un corpo a corpo con l’opera che la trascendeva in una visione più ampia e profonda, radicata nei temi primari della vita psichica, dell’eros».

E della morte: «Ghenos Eros Thanatos» fu una mostra da lui curata nel 1974. «Boatto è stato un intellettuale dell’arte, pienamente investito della responsabilità di restituire la complessità del fenomeno estetico e di offrirne una interpretazione originale e illuminante. La sua è una ricerca di verità, soggettiva ma non arbitraria, che interroga l’opera in un dialogo profondo con la sua complessità».

Come visse la crisi della critica militante? «Ne avvertì in prima persona gli effetti». E poi? «Scrisse libri visionari, come Lo sguardo dal di fuori, del 1981, da cui abbiamo tratto il titolo della mostra perché identifica in fondo la sua posizione, quella di chi osserva il mondo da un punto estremo, solitario, remoto».

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