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Mostre

Al Museo Davia Bargellini i cento napoletani dei presepi

La collezione Bordoni è la più ricca e variegata raccolta che non si trovi a Napoli

A sinistra, donna in costume con «pandurina», vestitura originale, Bologna, Collezione Bordoni; a destra, una «Sacra Famiglia» di Orazio Schettino

Bologna. Dal 3 dicembre al 19 gennaio il Museo Davia Bargellini ospita, nell’ambito dell’ormai decennale tradizione della mostra dedicata al presepe settecentesco, un evento di rilievo: per la prima volta viene esposta una selezione della Collezione Bordoni, la più ricca e variegata collezione di presepi partenopei che non si trovi a Napoli e in assoluto fra le più qualificate, composta da oltre cento personaggi della Napoli dei primi Borbone (duecento e più se si calcolano gli animali a contorno: dromedari, asini, cavalli, mucche, capre, galline...).

Curata da Mark Gregory D’Apuzzo e Giulio Sommariva, la mostra presenta alcuni veri e propri capolavori della scultura presepiale napoletana del Settecento (statuette con testa in terracotta dipinta, estremità preferibilmente in legno, anima di ferro dolce e riempimento di stoffa, abbigliate con costumi e accessori dell’epoca) così come definiti da Eugenio Riccòmini nei suoi scritti dedicati alla Collezione Bordoni (1999), riunita in oltre 50 anni con anche esemplari da note collezioni disperse, fra cui quella di Enrico Caruso.

La tradizionale messa in scena del presepe napoletano prevedeva tre momenti precisi derivati dalla narrazione biblica. Già dai tempi di Carlo III di Borbone, le figurine venivano collocate sullo scoglio, struttura di base in sughero che lo stesso sovrano amava costruire con le sue mani, sulla quale venivano organizzate teatralmente le diverse scene della Natività o Adorazione dei Pastori, l’Annuncio ai Pastori, la Cantina o «Diversorium», ovvero l’osteria, «sempre in bilico fra i temi della pittura di genere e di natura morta, e la mitografia popolare del “Paese della Cuccagna”» (Riccòmini, 1999).

In pieno esotismo settecentesco spicca l’orientalismo fastoso del corteo dei Magi, accompagnati da mori, eleganti levrieri, dromedari, cavalli di razza e (rari e curiosi) pellegrini dalla Georgia.

Un’umanità varia e festosa di aristocratici e mendicanti, pastori, arrotini, fabbri, venditori, turchi, servi in livrea, campagnoli, villanelle nei costumi del Regno, a significare la realtà cosmopolita di Napoli ma anche il suo mondo di «miseria e nobiltà», in cui con occhio non sempre bonario, accanto a «prosperose venustà contadine», sono esibite bruttezze fisiche a specchio di bassezze morali, in parallelo con la coeva pittura di genere di Gaspare Traversi.

Giovanni Pellinghelli del Monticello, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019


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