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Mostre

Al Madre la poliedrica eresia di Calzolari pittore

Una retrospettiva con 70 opere dagli anni Sessanta ad oggi

«Haiku (scarpetta rosa)» (2017, part.) di Pier Paolo Calzolari. Foto Michele Alberto Sereni. Cortesia dell’Archivio Fondazione Calzolari

Napoli. «Una relazione passionale»: così Catherine David definì il rapporto di Pier Paolo Calzolari con la pittura. Di «ostinato mestiere pittorico», parlò invece Bruno Corà: si era nel 1994 e l’artista bolognese (1943) era al centro di una retrospettiva dedicatagli dal Castello di Rivoli-Museo d’arte contemporanea. Una mostra preziosa e coraggiosa, anche nei testi, critici, che finalmente analizzava l’opera del più eretico tra gli ex poveristi alla luce della sua complessità. Un poliedro irregolare le cui facce sono legate da delicate compenetrazioni, ecco come si presenta la ricerca dell’artista emiliano, tra i rarissimi della sua generazione che non abbia chiuso le porte alla musa più temuta dal clan concettualpoverista, quella dell’ironia.

Certo, il fatto che l’attività pittorica di Calzolari sia stata ampiamente diffusa negli anni Ottanta, durante la crisi delle correnti concettuali e poveriste e il boom, anche mercantile, di tele e pennelli transavanguardisti e neoespressionisti sollevò qualche sospetto (l’«equivoca necessità» di cui scriveva Corà?); ma non si trattò di una conversione di comodo come non lo fu quella di Mario Merz, l’unico altro poverista invitato a «Zeitgeist», la mostra che al Martin Gropius-Bau di Berlino sancì la temporanea eclissi del concettualismo e il trionfo della pittura fatta con le mani. All’epoca Calzolari si presentò con monumentali e visionari paesaggi.

Che lui si senta comunque pittore lo confermano, agli inizi degli anni Ottanta, i continui spostamenti dal Marocco a Creta e a Venezia (la città in cui, da ragazzo, ricevette un decisivo imprinting), sino all’approdo in Montefeltro: il tutto determinato dalla ricerca non solo della luce adatta per lavorare, ma anche di potenti suggestioni culturali, nelle quali convivono Monet e Tiepolo, l’oro della Secessione austriaca e un gusto per l’alta decorazione sintetizzato, magari, nella «linea asianica» radicata nel Barocco, cifra colta dalla stessa David.

Il Madre, che dal 7 giugno al 30 settembre, a cura di Achille Bonito Oliva e Andrea Viliani, propone una retrospettiva incentrata, attraverso 70 opere dagli anni Sessanta ad oggi, sulla pittura, ha scelto come immagine ufficiale della mostra «Mangiafuoco», un esempio di pittura performativa e processuale del 1979; all’anno precedente risale «Appunti appunto», articolata opera installativa che include un pattinatore che, di volta in volta, posa al suolo quindici piccoli dipinti.

Dal 1972 al 1989 Calzolari offre intanto la sua interpretazione della monocromia, che non è mai ottundimento minimalista, ma ancora pittura-pittura, nelle sue vibrazioni, nella sua materia, nel suo accoglimento di uno spazio esteso alle presenze oggettuali. Sono «nature morte», metronomi, sgabelli, leggii, ma anche il cane albino (il bianco assoluto e accecante, come quello del ghiaccio di tante installazioni di Calzolari) che, legato a una barra di rame, materiale alchemico come il piombo che ricorre in molte sue opere, si muove sotto il blu notte di «Giardino dei Getsemani», del 1978.

S'innescano così dialoghi che non riducono il «quadro» a mero fondale ma attivano un’idea «viva», narrativa e simbolica della «composizione». Ma Calzolari ha anche saputo confrontarsi, negli anni, con il pastiche neoespressionista, esotici echi matissiani, memorie dell’astrattismo storico. Dal 2017 l’artista lavora intensamente su nuovi dipinti. Al Madre l’eclettismo pittorico di Calzolari riceverà un lancio importante in vista della personale già in calendario in ottobre alla Repetto Gallery di Londra, che esporrà gli studi di opere spesso monumentali.

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 398, giugno 2019


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