A tavola dai Sarmati

Nel Castello di Wawel, lo splendido palazzo dei re della ex Confederazione polacco-lituana sono stati allestiti circa duecento fra piatti e posate in uso dalle aristocrazie polacche del XVIII secolo

Il Castello di Wawel
Andrea Merlotti |

I depositi di molti dei palazzi reali europei conservano opere che raccontano storie minori, ma interessanti, le quali possono attrarre l’attenzione non solo dei visitatori più attenti ed esigenti, ma anche di quel più vasto pubblico che è desideroso, se non avido, di storie sulla vita di corte. Un esempio intelligente delle mostre che si possono realizzare con questo approccio è «Zuppiere, piatti, centrotavola...Argento, porcellana e vetro del XVIII secolo dalle collezioni del Castello Reale di Wawel», inaugurata a Cracovia il 2 novembre e curata da Dorota Gabrys, Darius Nowacki e Marta Golik-Gryglas. In quello che fu sino a fine Cinquecento lo splendido palazzo dei re della Confederazione polacco-lituana sono stati allestiti, infatti, circa duecento fra piatti e posate in uso sulle tavole delle aristocrazie polacche del XVIII secolo.

Fra le opere, oltre ad argenti, preziosi e raffinati, spiccano i servizi in porcellana realizzati dalle manifatture di Meissen. Una presenza che non stupisce, considerando che all’epoca sul trono polacco-lituano sedeva l’elettore di Sassonia Augusto II «il Forte». Ad accompagnare il pubblico nella visita sono testi tratti dalla Descrizione degli usi e costumi durante il regno di Augusto III, scritta dallo storico polacco Jędrzej Kitowicz (1728-1804). Quest’opera costituisce ancora oggi una chiave fondamentale per accedere a uno dei periodi più discussi della storia della Confederazione.

Sin dal Cinquecento un’ampia parte dell’aristocrazia polacca era convinta di non esser uguale agli altri polacchi, ma di discendere dai Sarmati. Con questo nome si indica un antico popolo iraniano, una parte del quale aveva servito anche nell’esercito romano (ancora oggi in Piemonte il borgo di Salmour/Sarmatorium deve loro il proprio nome). La maggior parte dei Sarmati, però, si era stabilita in territori oggi divisi fra Polonia, Russia, Bielorussia e Ucraina.

Quella polacca non era l’unica aristocrazia a sostenere tesi storiografiche, funzionali a renderla diversa dai popoli che governava. Nella Francia del Sei-Settecento, era comune l’opinione che i nobili discendessero dai Franchi, i quali avevano assoggettato i Galli, antenati del terzo stato. In Italia ancora Manzoni ricordava nell’Adelchi la contrapposizione fra nobili germanici (Longobardi) e popolo latino. Sovrastrutture ideologico-culturali utili alle nobiltà per giustificare la struttura politico-economica del proprio potere.

La nobiltà polacca esprimeva la sua discendenza dai Sarmati sostenendo di riprendere da loro sia la foggia dei propri abiti, diversi in effetti da quelli del resto d’Europa, sia alcuni aspetti dello stile di vita. Di questo complesso fenomeno, chiamato Sarmatismo (che ho ricordato qui in modo certo approssimativo), la Descrizione di Kitowicz è una delle testimonianze più interessanti. In essa egli non raccontava, infatti, la vita dei sovrani e la loro azione politica, bensì quella che oggi definiremo la cultura materiale, come le pratiche alimentari e quelle vestimentarie.

Le pagine dedicate dallo storico a «tavole e banchetti dei signori» sono quindi una testimonianza rara e affascinante, che consente al visitatore di comprendere appieno non solo l’uso degli oggetti messi in mostra, ma anche i piatti che vi erano serviti. Lo studioso di cerimoniali, ma anche il comune visitatore, non può non restare colpito, per esempio, dall’apprendere che gli aristocratici che tenevano «mensa aperta» (un uso praticato sino al Cinquecento anche in diverse corti occidentali), riservavano al centro della tavola, dove sedevano i commensali di maggior rilievo, piatti di porcellana e posate d’argento. Alle estremità, dove invece venivano fatti sedere coloro che usufruivano del diritto di «mensa aperta», si mettevano piatti e posate di latta. L’ospitalità era sacra, ma l’attenzione ai propri beni non lo era meno.

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