A Foto Industria il cibo parla

È il tema comune alle mostre della Biennale. Gli alimenti veicolano messaggi, spiega il curatore Zanot

«Giovani donne portano zucche sulla testa. Qualiano (Napoli), ottobre 1954» di Ando Gilardi. © Fototeca Gilardi
Monica Poggi |  | Bologna

Dal 14 ottobre al 28 novembre torna Foto/Industria, la Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro, organizzata da Fondazione Mast. Attraverso 11 mostre, la quinta edizione della manifestazione, intitolata «Food», indaga il rapporto dell’uomo con il cibo, tematica nella quale confluiscono alcune delle questioni più pregnanti dell’attualità.

«Le modalità attraverso cui gli alimenti vengono prodotti, distribuiti, venduti, acquistati e consumati sono in costante cambiamento e racchiudono pertanto alcuni caratteri distintivi di un’epoca, un periodo storico o un ambito culturale e sociale... Il cibo è linguaggio. Come la fotografia, gli alimenti incorporano e diffondono messaggi. Il risultato è un cortocircuito: qualsiasi fotografia di cibo è il frutto di un processo di ri-mediazione», spiega Francesco Zanot, curatore della manifestazione.

Alla galleria del Mast è ospitata una selezione, dedicata al tema del festival, dei materiali provenienti dalla Fototeca Storica Nazionale di Ando Gilardi, un immenso archivio di circa 500mila immagini. Nelle sale della Collezione di Zoologia si trova invece una ricerca di Maurizio Montagna intorno al fiume Sesia e alla sua valle.

L’Italia è presente anche nelle immagini realizzate nel 1951 da Herbert List sull’isola siciliana di Favignana durante la mattanza dei tonni, ospitate a Palazzo Fava. Stimolate da un intento di denuncia, le ricerche dell’olandese Henk Wildschut (alla Fondazione del Monte), del tedesco Mishka Henner (a Palazzo Zambeccari - Spazio Carbonesi) e del giapponese Takashi Homma (al Padiglione dell’Esprit Nouveau) si concentrano sui paradossi e le ingiustizie dei moderni sistemi di produzione e commercializzazione del cibo.

Anch’essa spinta da un forte impegno politico, l’artista palestinese Vivien Sansour ha fondato la Palestine Heirloom Seed Library, realtà finalizzata alla conservazione di antiche varietà di semi da salvaguardare, raccontata a Palazzo Boncompagni con video, fotografie e scrittura.

Il mondo dell’industria alimentare diventa il pretesto per sperimentare tutti i paradigmi della fotografia oggettiva di inizio secolo, nelle fotografie realizzate nel 1928 da Hans Finsler all’interno della fabbrica dolciaria tedesca Most (San Giorgio in Poggiale). Con un’inclinazione scultorea altrettanto evidente, il lavoro di Lorenzo Vitturi (Palazzo Pepoli Campogrande) nasce in un contesto decisamente più caotico: il mercato di Balogun in Nigeria, reinterpretato attraverso gli still life surreali e pop che caratterizzano la ricerca dell’artista veneto.

Fino al 2 gennaio al MAMbo è ospitata «Laboratory of Forms», retrospettiva su Jan Groover che instaura un intenso dialogo con l’opera di Giorgio Morandi, alle cui nature morte la fotografa americana si è sempre ispirata. Altrettanto evocativo il lavoro di Bernard Plossu (Palazzo Fava - Sala Carracci) racconta il cibo come catalizzatore di desideri e necessità dell’uomo.

Ad accompagnare la biennale è un volume ibrido: scritto dallo chef Tommaso Melilli, traspone in ricette i temi trattati nelle varie sedi espositive, contribuendo anche così a creare un collegamento fra cibo e immagine.

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