«untitled 2017 (fear eats the soul) (white flag)» (2017) di Rirkrit Tiravanija. Cortesia di Creative Time. Foto Guillaume Ziccarelli

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«untitled 2017 (fear eats the soul) (white flag)» (2017) di Rirkrit Tiravanija. Cortesia di Creative Time. Foto Guillaume Ziccarelli

Rirkrit Tiravanija in 100 opere al MoMA PS1 di New York

La prima grande retrospettiva statunitense ripercorre quattro decenni di attività dell’artista thailandese, «immigrato e itinerante»

«Considero molto importante che i visitatori siano coinvolti nel mio lavoro. Non mi interessa il concetto di autorialità, ma le possibilità che si aprono quando le persone confrontano le loro idee. Ci sono idee già veicolate nel mondo della cultura che trovo importante citare, ripresentare o riaffrontare. E penso che ci siano sempre idee che dovremmo riprendere in considerazione. Dopo tutto, il tempo è una struttura che corre costantemente in avanti. Non mi interessa lasciare niente di concreto dietro di me, ma idee».

Nasce all’insegna della partecipazione il lavoro del pluripremiato artista thailandese, nato a Buenos Aires nel 1961 da una famiglia di diplomatici, Rirkrit Tiravanija, cui è dedicata dal 12 ottobre al 4 marzo 2024 al MoMA PS1 di Long Island la prima grande retrospettiva statunitense. Curata da Ruba Katrib e Yasmil Raymond con Jody Graf e Kari Rittenbach, «Rirkrit Tiravanija: a lot of people» ripercorre quattro decenni della carriera dell’artista attraverso oltre 100 opere, dalle prime sperimentazioni con la videoinstallazione alla pluralità di linguaggi che caratterizza oggi il suo lavoro: opere grafiche, oggetti effimeri, sculture e nuove produzioni di importanti opere partecipative appaiono accomunate dal costante sforzo di «portare le persone a incontrarsi e creare meno cose, ma relazioni più utili».

Di grande interesse le opere giovanili, realizzate a partire dalla fine degli anni Ottanta e nei Novanta e raramente esposte, in cui Tiravanija riflette sulla sua esperienza biografica di artista immigrato e itinerante, non solo sottolineando la sensazione di «alterità» rispetto a un mondo artistico interamente incentrato sull’Occidente, ma anche riuscendo ad allargare il focus alla situazione generale e globale e al flusso quotidiano delle informazioni.

Appartengono a questo periodo sculture, installazioni e prime edizioni di opere spesso ripensate e riprodotte nel corso del tempo in materiali come il gesso e il bronzo. In mostra anche le fondamentali «Demonstration Series» (work in progress iniziato nel 2001) in cui Tiravanija rielabora attraverso il testo (e spesso attraverso citazioni di altri autori) materiali visivi come foto e disegni pubblicati dall’«International Herald Tribune».

Finalizzato al maggiore coinvolgimento possibile di altre persone, l’artista ha aperto per la realizzazione di queste opere uno studio vicino alla sua casa di Chiang Mai, in Thailandia, all’origine di un processo collaborativo e partecipativo di economia della produzione artistica contrario a qualsiasi principio di autorialità/paternità dell’opera.

Durante i 5 mesi della mostra sono inoltre riproposte al PS1, con allestimento site specific e cadenza mensile, altrettante opere partecipative tra cui le celebri «Untitled 1990 (pad thai)» e «Untitled 1994 (angst essen seele auf)» (1994), oltre alle più recenti «Untitled 2011 (t-shirt, no t-shirt)» e «Tomorrow is the Question», che diede il titolo nel 2019 al Centro Pecci di Prato alla prima mostra personale dell’artista in un museo italiano.

«untitled 2017 (fear eats the soul) (white flag)» (2017) di Rirkrit Tiravanija. Cortesia di Creative Time. Foto Guillaume Ziccarelli

Elena Franzoia, 10 ottobre 2023 | © Riproduzione riservata

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