L’opera di Leoncillo al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Foto: Serge Domingie

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L’opera di Leoncillo al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Foto: Serge Domingie

Per toccare il passato, le crete di Leoncillo

Al Museo del Novecento (con un’appendice all'Archeologico) opere inedite o altre raramente esposte dello scultore che intrattenne rapporti con l’arte di altre epoche

Il Museo Novecento dedica fino all’1 maggio una mostra a «Leoncillo e l’antico», a cura di Martina Corgnati ed Enrico Mascelloni con la direzione artistica di Sergio Risaliti e organizzata da Mus.e che riunisce alcune opere inedite, o altre esposte per la prima volta dopo decenni.

L’indagine sul trentennale rapporto (1938-68) che Leoncillo intrattiene con l’arte, arcaica e classica, rinascimentale e barocca, si svolge in un percorso che prende avvio già nelle sale della collezione permanente del museo, laddove opere concepite sullo scorcio degli anni Quaranta, come i Mostri («La Sirena», «L’Ermafrodito», «L’Arpia») rivelano il rapporto con la Scuola Romana, Scipione in particolare, o con le ceramiche di Lucio Fontana.

Tuttavia, la «vitalità della deformazione espressionistica e barocca» (Virgilio Guzzi), o la geometrica organizzazione spaziale, influenzata dal Picasso di «Guernica» (come nel volto della «Partigiana dalle mani ferite», 1943), si alternano a riferimenti ad altre epoche, avendo sempre al centro quell’interesse per la materia di cui, nella stagione neocubista (1946-55), Leoncillo sentirà l’urgenza di recuperare la «verità prima».

La creta è «carica per metafora di tutto ciò che ho visto, amato, di ciò a cui sono stato vicino, delle cose che ho dentro, con cui in fondo, mi sono volta per volta identificato», nella tensione a «toccare» il tempo passato e il presente «con la mano come si tocca un muro screpolato» e a trovare nell’arte dei secoli trascorsi comunanza nel tradurre il dramma umano, nei grandi temi della vita e della morte.

Tra le opere degli anni maturi lo straordinario «Vento rosso» del 1958, col modellato impetuoso e quella scelta di orizzontalità che, alternandosi alle opere improntate alle linee verticali (ugualmente presenti), se da un lato rimanda alla statuaria romana, dall’altro annuncia l’occupazione dello spazio di Pino Pascali, Richard Long o Carl Andre.

Esemplare in tal senso è anche, esposta per l’occasione al Museo Nazionale Archeologico, «Amanti antichi» (1965), a siglare al contempo l’ammirazione dello scultore umbro per gli Etruschi.

L’opera di Leoncillo al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Foto: Serge Domingie

Laura Lombardi, 24 gennaio 2022 | © Riproduzione riservata

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