Una veduta dell’allestimento della mostra «Un presente indicativo» alla Galleria Nazionale d’Arte moderna e contemporanea di Roma

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Una veduta dell’allestimento della mostra «Un presente indicativo» alla Galleria Nazionale d’Arte moderna e contemporanea di Roma

Nella mostra alla Gnam si entra incuriositi ma si esce confusi

Solo 14 artisti con più o meno un paio d’opere ciascuno per raccontare una generazione (i nati negli anni Sessanta), una città (Roma) e le sue influenze sul presente con un allestimento incomprensibile e assoluta mancanza di informazioni (fondamentale lo smartphone)

Che cosa cercava il curatore Antonello Tolve nel progettare la mostra «Un Presente Indicativo» (in corso fino al 2 maggio nella Galleria Nazionale d’Arte moderna e contemporanea di Roma, Ndr) su una generazione romana nata negli anni Sessanta? Perché aveva scelto proprio quel decennio? E a quali conclusioni sarebbe giunto? L’idea di delineare una storia che partiva dalla Capitale ma non apparteneva né al Pop romano, né alla Transavanguardia o al cosiddetto gruppo di artisti di San Lorenzo era originale e l’intento di attraversare in maniera erratica un’intera generazione selezionando alcuni esempi per tracciare la proposta di una nuova geografia artistica, sulla carta si mostrava coraggiosa. Così, con buoni propositi, si raggiunge la Gnam per visitare una mostra nella quale si entra incuriositi e si uscirà invece decisamente confusi.

Il primo incontro è con il pannello dal cubitale titolo «Un presente indicativo» che fa sorgere subito il dubbio che il «presente» sia lontano (non sono tutti artisti nati negli anni Sessanta?) e l’«indicativo», tra 14 personalità diverse per formazione ed esiti di ricerca, si fatica a individuarlo. I nomi però sono interessanti: Andrea Aquilanti, Paolo Canevari, Gea Casolaro, Marco Colazzo, Bruna Esposito, Alberto Di Fabio, Stanislao Di Giugno, Marina Paris, Giuseppe Pietroniro, Roberto Pietrosanti, Gioacchino Pontrelli, Andrea Salvino, Maurizio Savini e Adrian Tranquilli.

Dunque, ci si affida alla lettura delle motivazioni curatoriali sull’unico testo dell’intero percorso.

Tolve, nel consegnarci il viatico della sua mostra, scrive che ci troveremo di fronte a opere «camaleontiche, babeliche, versatili… un sapore barocco, una lotta a volte ben definita e visibile, altre appena accennata ma atmosfericamente riconoscibile nella dimensione fluida degli spazi, nell’assunzione strategica della luce, nella misura della fuga (della via di fuga), della vertigine, della seduzione, del dinamismo o anche in una certa plasticità che privilegia la forma aperta e labirintica, il curvilineo, il labirintico, l’audace scorcio prospettico, il policentrico e l’illusionistico, la pluridirezionalità, l’ambiguità, l’eccentricità, l’irregolarità e, in un certo grado, la soglia della meraviglia intesa come illusione mediante la quale distruggere l’illusione stessa e colpire al cuore lo spettatore».

Per quanto fumosa sia questa descrizione, che probabilmente per scelta non vuole ancorarsi né alla storia né alla cronaca, ci avviamo verso la Sala Uno, rallegrati dalla bella riproposta della tortile «Colonna barocca» di Paolo Canevari del 1989 che ci accoglie ancora fuori dal percorso, prendendo per buona l’idea che ci stiamo avventurando nei meandri di un gruppo che ha comunque una sua omogeneità di visione.

Eppure al primo sguardo si capisce che non è così. La mirabolante ed effettivamente barocca ricostruzione in carte da gioco joker che Adrian Tranquilli fa della basilica di San Pietro è accostata a una generosa tela di Alberto Di Fabio astratta e fluida e soprattutto alla potente e cupa forca di Canevari («Hanging Around», 2013) che tanto barocca invece non sembra. Ma con gli aggettivi «babelici e versatili» tutto è possibile, persino stringere in un’unica morsa generazionale artisti come Andrea Aquilanti o Bruna Esposito nati nel 1960 con un Andrea Salvino nato nel 1969 e quindi non certo un figlio del baby boom.

Nove anni di differenza sono tanti nella storia e nella storia dell’arte: significa aver vissuto l’eco della ricerca anni Settanta oppure essersi affacciati al mondo professionale nel tardo postmoderno anni Novanta. Forse è per questo che in tutta la mostra delle date di nascita degli artisti non c’è traccia. Bisogna andarle a cercare sullo smartphone, in questo percorso un vero sostegno che subentra alla mancanza di informazioni dove non esiste un foglio di sala né un testo che giustifichi gli accostamenti o il pensiero di un artista che ci aiuti a procedere. Le opere sono sparse con criteri incomprensibili e persino per quel che riguarda la barocca romanità dei presenti ci sarebbe da discutere. Bruna Esposito, ad esempio, nasce a Roma, ma tra il 1980 e il 1986 è a New York, dove frequenta personalità dell’arte tra cui Lucio Pozzi o Donald Judd, e dal 1987 la troviamo per qualche tempo a Berlino. Città dove Salvino vive e lavora dal 2008, dove ha comprato casa e che afferma abbia avuto per lui la stessa importanza che Tahiti ebbe per Gauguin (e anche in questo caso ci sfugge il barocco).

Sempre con l’aiuto dello smartphone si scopre che dei 14 artisti selezionati più o meno la metà non è nata a Roma (Tranquilli addirittura in Australia, Pietroniro in Canada mentre Marina Paris nasce a Sassoferrato, Di Fabio ad Avezzano, Pietrosanti all’Aquila e Pontrelli a Salerno). È vero che poi a Roma si sono trasferiti, ma se vogliamo rintracciare i semi di una generazione, il luogo della prima infanzia potrebbe non essere indifferente se, come teorizza Piaget, lo sviluppo cognitivo di un bimbo avviene attraverso l’interazione con l’ambiente. E poi perché non dirlo?

Anche la divisione degli spazi segue imperscrutabili criteri. Bruna Esposito ha una bella, suggestiva, barocca intera sala mentre l’altrettanto ottima Gea Casolaro, ingiustamente sacrificata forse perché poco barocca, va cercata negli angoli tra un piano e l’altro.

Ora è possibile che Antonello Tolve abbracci la tesi che le opere devono parlare da sole, che la presenza di scritti e spiegazioni inibisce il palpito e che il pubblico deve scoprire in sé stesso le vibrazioni del bello o del terribile. Ma se questo sia pur discutibile criterio potrebbe essere capito in presenza di una personale, diventa davvero difficile condividerlo quando si vuole raccontare una generazione, una città, un decennio e le sue influenze sul presente con soli 14 artisti e più o meno un paio d’opere ciascuno.

Infatti il progetto qui fallisce e la delusione è nell’aver perso l’occasione di poter abbracciare uno scenario che si sperava approfondire. Può darsi che ciò accada nel libro/catalogo sul tema annunciato ma pronto forse addirittura a mostra chiusa (dopo il 2 maggio) che si spera porterà qualche chiarimento e ulteriore riflessione. Ma se lo scopo era la scrittura di un saggio perché perdere tempo a proporre un’incomprensibile mostra?

Una veduta dell’allestimento della mostra «Un presente indicativo» alla Galleria Nazionale d’Arte moderna e contemporanea di Roma

Alessandra Mammì, 03 aprile 2023 | © Riproduzione riservata

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Laureato in Storia dell’arte e specializzato in Estetica liturgica, il sacerdote e docente madrileno è membro della Consulta dell’Ufficio liturgico nazionale: «Una chiesa cattolica non può essere una spoglia “aula liturgica”. Gli architetti e gli artisti devono ascoltare la comunità. La forza dell’arte è raggiungere l’invisibile attraverso il visibile» 

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