«Still Water (The River Thames, for Example)» (particolare, 1999). Cortesia dell’artista e della Galleria Raffaella Cortese, Milano. © Roni Horn. Foto: Ron Amstutz

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«Still Water (The River Thames, for Example)» (particolare, 1999). Cortesia dell’artista e della Galleria Raffaella Cortese, Milano. © Roni Horn. Foto: Ron Amstutz

Le incessanti esplorazioni di Roni Horn

Il Centro Botín presenta un’esaustiva retrospettiva dell’artista statunitense, che ha adattato le opere alla particolare architettura del centro disegnato da Renzo Piano

«La speranza è, tra le altre cose, una tattica di sopravvivenza»: lo afferma Roni Horn (New York, 1955) nella performance «Saying Water», un monologo basato sulle sue riflessioni sull’acqua, uno degli elementi primordiali del suo linguaggio creativo. L’opera forma parte della retrospettiva «I am paralyzed with hope», una presentazione completa delle opere dell’artista americana, adattate al peculiare spazio del Centro Botín, disegnato da Renzo Piano. La mostra (1 aprile-10 settembre) abbraccia tre decenni di carriera attraverso fotografie, disegni, sculture e performance di natura concettuale, evidenziando la sua incessante esplorazione del processo del divenire in relazione all’identità e al luogo.

L’attenzione di Horn per il momento presente e ciò che la circonda, incluse le variazioni atmosferiche, si materializza in un allestimento che stabilisce un profondo dialogo tra le opere, lo spazio, la luce e l’acqua della baia di Santander su cui si affaccia il centro. «La maggior parte di ciò che vedi quando guardi l’acqua è il riflesso della luce» afferma l’artista a proposito di «Still Water (The River Thames, for Example)», una serie di 15 fotolitografie di grandi dimensioni che immortalano i cambi di tonalità delle acque del Tamigi mentre attraversa Londra. Il lavoro comprende aneddoti, fatti, citazioni, osservazioni empiriche e pensieri personali sul fiume, ma anche casi di suicidio, fatti di cronaca e rapporti di polizia.

La rassegna, curata dalla propria artista con la collaborazione di Bárbara Rodríguez Muñoz, responsabile mostre del Centro Botin, prende il titolo da un testo della comica americana Maria Bamford che forma parte di «Log (22 marzo 2019-17 maggio 2020)», una raccolta di 406 disegni, citazioni, collage, fotografie, commenti informali, notizie e note meteorologiche, che si espone per la prima volta.

L’opera plasma la complessità e la diversità delle esperienze quotidiane personali, così come le serie fotografiche, per esempio la celebre «A.K.A.» acronimo di «also known as», cioè «alias», mostrano la multiforme identità dell’artista, di pirandelliana memoria. Il tema dell’identità appare in forma più o meno latente in diverse opere, in cui utilizza anche lo sdoppiamento o l’abbinamento come strategie per integrare lo spettatore nello spazio creativo e riflettere sull’identità e sulla differenza, come nelle serie di fotografie di sua nipote o dell’attrice Isabelle Huppert.

Non poteva mancare una delle sue opere più emblematiche, la coppia di lamine d’oro dedicata all’artista Félix González-Torres e al suo compagno Ross Laycock, entrambi prematuramente mancati a causa dell’Aids. Il percorso espositivo si chiude con una nuova serie delle sue iconiche sculture in vetro fuso che, grazie alla luce naturale che inonda le sale, cambiano colore secondo l’ora del giorno e la situazione climatica. Alcune delle sculture sono trasparenti, altre hanno sfumature uniche e cangianti di blu e viola, e altre ancora sono nere e impenetrabili.

«Still Water (The River Thames, for Example)» (particolare, 1999). Cortesia dell’artista e della Galleria Raffaella Cortese, Milano. © Roni Horn. Foto: Ron Amstutz

Roberta Bosco, 30 marzo 2023 | © Riproduzione riservata

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