«Le figlie di Loth» (1919), di Carlo Carrà. Rovereto, Mart, Collezione VAF-Stiftung

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«Le figlie di Loth» (1919), di Carlo Carrà. Rovereto, Mart, Collezione VAF-Stiftung

Il Novecento debitore di Giotto

Al Mart una ricostruzione della lettura che gli artisti del XX secolo, dall’apripista Carrà a Tacita Dean, hanno fatto dell’eredità del maestro trecentesco. Intervista alla curatrice Alessandra Tiddia

Nel ciclo delle esposizioni che ricercano le radici dell’arte contemporanea in quella antica, si apre il 7 dicembre al Mart la mostra «Giotto e il Novecento». «Una mostra che nasce innanzitutto dall’Archivio Carrà, conservato al Mart, spiega la curatrice Alessandra Tiddia. Carlo Carrà, apripista nell’attenzione novecentesca verso Giotto, nel 1916 pubblica su “La Voce” un saggio intitolato “Parlata su Giotto” da cui nasce la ricerca contemporanea sull’artista, in primis la monografia del 1924 pubblicata da Mario Broglio in seno all’esperienza editoriale legata a “Valori plastici”. Carrà, che diceva “mi sento un Giotto dei nostri tempi”, accende la luce sul rivoluzionario protagonista del Trecento, riconsiderato da questo momento in poi anche da molti altri artisti. Alcuni dichiarano in maniera inequivocabile il loro debito, come Sironi con la sua affermazione “e sopra tutto metto Giotto”, ma anche de Chirico, che ricordava come “in Giotto il senso architettonico raggiunga alti spazi metafisici”. Carrà scriveva: “L’opera di Giotto ha per noi un valore profondamente attuale [...] perché essa è fra le più spontanee realizzazioni del genio plastico degli italiani [...], nella incapacità formale di Giotto noi ritroviamo un prezioso insegnamento per essere genuinamente sinceri verso noi medesimi”».

Che cosa significa essere debitori di Giotto?

Il fascino per Giotto si percepisce nella semplificazione della forma, nella scelta di soggetti semplici, come il pastore in Sironi, nell’attenzione allo spazio e al senso architettonico della composizione, come notato da de Chirico. Per questi artisti è stato fondamentale vedere la Cappella degli Scrovegni, l’esperienza di visita ha delle grandi conseguenze, tanto che Matisse scrive: «Quando vedo gli affreschi di Giotto, non mi preoccupo di sapere quale scena di Cristo ho sotto gli occhi». Oltre alla visione diretta, la passione per la pittura di Giotto si alimenta attraverso molte immagini: tra queste le foto dello Studio Naya o Alinari o più tardi Anderson, che vengono trasposte in cartoline, ma anche le riproduzioni che appartenevano a Depero, e che si trovano nelle collezioni del Mart, o a Casorati. Una vetrina raccoglie la documentazione dedicata alla fortuna di Giotto da Ruskin in poi, dalle cartoline all’album di Fortuny, prestato dai Musei Civici veneziani, che raccoglieva i ritagli di immagini degli affreschi usati per la realizzazione dei suoi tessuti. Si racconta, in mostra e nel catalogo, come si fonda la mitografia di Giotto, anche attraverso la figura di Pietro Selvatico che è stato fra i primi a riprodurre la Cappella degli Scrovegni e che molto si era speso per il suo restauro. La nostra non è un’operazione di studio su Giotto, ma di ricostruzione della lettura che ne è stata fatta nella contemporaneità.

Come si sviluppa il percorso della mostra?

Si apre con un’esperienza immersiva: da una porta virtuale si entra nella Cappella degli Scrovegni ricreata con un sofisticato sistema di proiezioni. Uscendone, il pubblico entra a contatto con il quadro immagine della mostra, «Le figlie di Loth» di Carrà. Poi arrivano «Il pastore» di Sironi e «Il poeta Cechov» di Martini: sono l’espressione dell’incontro tra Giotto e il ’900 italiano. Si segue il tema del senso architettonico di de Chirico, che non dichiara esplicitamente il suo debito, ma che ne deriva profonde suggestioni, e quello della spiritualità, altra importante eredità giottesca che si respira nelle maternità, le annunciazioni, la sacralità contadina. Un filone che si sviluppa attraverso Morandi, Fontana, ma anche il maestro messicano Rufino Tamayo, fino ad arrivare all’astrazione generata dalla contemplazione del blu: come diceva Yves Klein, «il blu è l’invisibile diventato visibile». Una dimensione, quella spirituale, colta anche da Rothko, Albers e molti altri. Sono circa duecento le opere che compongono il percorso, accompagnato da un ricco apparato di saggi in catalogo, con un nucleo importante proveniente dal Mart stesso insieme a prestiti da collezioni private e da diversi musei, dai Civici di Padova, che sono partner, alla Guggenheim di Venezia, ai Capitolini e ai Vaticani.

Dunque la mostra si estende fino all’oggi...

Si chiude con un lavoro recentissimo di Tacita Dean, un’installazione che contiene particolari ripresi da Giotto frutto di una riflessione sui valori del blu e dell’oro. Infine un lavoro di James Turrell ricrea nell’immersione nel blu profondo, cosmico e trascendente come la dimensione in cui ci proiettano le raffigurazioni di Giotto, il richiamo alla porta virtuale dell’inizio del percorso, concludendo la visita.

Che cosa rende Giotto così attuale?

Giotto è stato uno degli artisti più importanti nella storia: ha annullato la sequenza temporale e la versione diacronica della storia dell’arte, ha dimostrato che l’arte è contemporanea al suo tempo, ma anche al nostro per i valori assoluti di trascendenza e armonia che dal cielo stellato degli Scrovegni arriva fino a Matisse.

«Le figlie di Loth» (1919), di Carlo Carrà. Rovereto, Mart, Collezione VAF-Stiftung

Camilla Bertoni, 05 dicembre 2022 | © Riproduzione riservata

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Il Novecento debitore di Giotto | Camilla Bertoni

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