Una delle opere di Giorgio Morandi esposte al MAMbo

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Una delle opere di Giorgio Morandi esposte al MAMbo

I fiori raccontano Giorgio Morandi

La prima puntata del ciclo «Re-collecting» affronta un tema tipico del maestro bolognese

Al Museo Morandi al MAMbo-Museo d'Arte Moderna di Bologna, si è inaugurato Re-Collecting, ciclo di cinque momenti espositivi che, da fine settembre a gennaio, presentano con nuovo approccio, ideato dal direttore del MAMbo Lorenzo Balbi, alcuni temi delle collezioni permanenti in un’indagine tesa alla rivisitazione e valorizzazione di opere non visibili o non più̀ esposte da tempo. Prima mostra, dal 25 settembre al 15 novembre, «Morandi racconta. Il fascino segreto dei suoi fiori», a cura di Alessia Masi.

I 13 dipinti mostrano la predilezione morandiana per i fiori e si collocano fra il 1924 e il 1957: dal dipinto del Museo Morandi, con i papaveri appena raccolti, a quello di collezione privata in cui i medesimi fiori sono dipinti da un modello realizzato in seta (come sono spesso anche  le rose, in altre opere esposte e sempre soggetto frequente nell’iconografia floreale di Morandi).

Accanto agli oli, due acqueforti dall’analogo tema, utilizzando fiori freschi, una selezione di lettere e documenti e due oggetti in porcellana provenienti da Casa Morandi, insieme a quel che resta di quei fiori di seta o essiccati che, proprio per la loro durata fragile ma perenne, furono i preferiti da Giorgio Morandi che, nell'arco di tutta la sua ricerca artistica, sempre privilegiò (rispetto a quelli freschi, rappresentati principalmente nelle opere giovanili) fiori essiccati o di seta, ricercato prodotto dell'artigianato bolognese del Settecento.

Morandi rappresenta i fiori sempre come unici protagonisti della scena, a differenza di artisti come Renoir (da Morandi molto amato e studiato) che li inseriscono in composizioni articolate, mantenendo come variabile costante della composizione i vasi, a volte dipinti nella loro integrità, a volte solo parzialmente, perlopiù bianchi, di forma allungata e, solo raramente, decorati con vaghi motivi ornamentali. La loro forma è sempre rigorosamente funzionale alla composizione spaziale e in alcune opere si intravede solo l'imboccatura per concentrare l'attenzione sul mazzo di fiori.

Quello fra il 1920 e il 1924 è uno dei periodi in cui è più̀ intensa la ricerca morandiana su questo tema. Spesso l’artista prepara sulla tela uno sfondo circolare entro cui, in modo altrettanto sferico, si iscrivono i fiori presentati da Morandi come un’entità̀ organica policroma e multiforme, senza alcun indugio descrittivo sulla qualità̀ dei petali e dei boccioli. La stessa cosa si ripete in alcune incisioni, dove la lastra viene lavorata solo entro un dato perimetro a lieve tratteggio, al centro del quale si colloca l’oggetto floreale.

Se nei fiori dei primi anni si avverte l’eco delle opere analoghe di Rousseau, Cézanne, Chardin e soprattutto di Renoir (da lui deriva la resa carnale e sensuale delle corolle), a partire dagli anni 1950 i fiori sono ridotti a pura forma geometrica tondeggiante, all’interno di uno spazio indefinito e perfino soffocato. Questo non solo in pittura e nell’incisione, ma anche nel disegno e nell’acquerello: le composizioni mostrano l'estrema semplicità̀ della forma, la volumetria dei piccoli recipienti e l'ombra che proiettano sullo sfondo, così da raggiungere, specie nelle opere degli ultimi anni, picchi di astrazione e dematerializzazione.

La mostra consente di spiegare anche la speciale finalità̀ affidata da Morandi ai suoi quadri di fiori: perlopiù regali alle sorelle, in occasione dei loro compleanni, oppure a cari amici, come Roberto Longhi, Lionello Venturi, Piero Bigongiari, Eugenio Montale, Vittorio De Sica o Valerio Zurlini.

Una delle opere di Giorgio Morandi esposte al MAMbo

Giovanni Pellinghelli del Monticello, 01 ottobre 2020 | © Riproduzione riservata

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