«La oveja negra» (2014) di Regina José Galindo, RAVE Torino. Foto Tiziana Pers. Cortesia Prometeogallery

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«La oveja negra» (2014) di Regina José Galindo, RAVE Torino. Foto Tiziana Pers. Cortesia Prometeogallery

Gli uomini, animali sensibili tra animali sensibili

Nella mostra «AAA Animal Among Animals» a Gradisca d’Isonzo, l’esperienza estetica si connette con la consapevolezza etica e l’attivismo. Un dialogo tra Pietro Gaglianò e la curatrice Gabi Scardi

«AAA Animal among animals towards the world to come» (Animale tra animali verso il mondo che verrà) è la mostra collettiva del metaprogetto Rave East Village Artist Residency aperta fino al 27 novembre  alla Galleria Regionale d’Arte Contemporanea Luigi Spazzapan di Gradisca d’Isonzo (Gorizia), a cura di Gabi Scardi e Rave in dialogo con il curatore del museo Lorenzo Michelli.

La mostra vede la partecipazione di Camilla Alberti, Luchezar Boyadjiev, Manuela Braunmüller, Emma Ciceri, Sarah Ciracì, Regina José Galindo, Igor Grubić, Yolande Harris, Patrick López Jaimes, Elena Mazzi, Jo-Anne McArthur, Natalia Molebatsi, Liliana Moro, Adrian Paci, Isabella Pers, Tiziana Pers, Laura Pozzar, Nada Prlja, Caterina Shanta, Giuseppe Stampone / Dom Mimì, Marie Voignier, insieme ai progetti Mac Milano Animal City e Animot.

Il critico e curatore Pietro Gaglianò ha conversato con Gabi Scardi sui temi al centro della mostra, a partire dal rispetto degli animali e dalle problematiche ambientali.

[P.G.] Nel titolo di questa mostra, «Animal Among Animals», il soggetto che si trova circondato da suoi simili immagino sia un animale umano. Quali sono quindi gli altri animali che lo circondano? E in che relazione si pone la prospettiva poetica e critica che questa mostra edifica con le opere degli artisti e delle artiste?

[G.S.] Noi siamo animali sensibili tra altri animali sensibili e i temi che si dipartono da questa consapevolezza sono innumerevoli; più in generale, il tema degli animali è di un’ampiezza e di una sfaccettatura tale da non essere affrontabile da un’unica angolatura. Le considerazioni che ne scaturiscono riguardano questioni radicali come quelle della diversità, dell’alterità e del limite che separa e avvicina; le problematiche ambientali, e quindi, tra l’altro, le modalità dell’abitare, le strategie di adattamento; ma anche questioni legate a una visione gerarchica del mondo, al dominio, al potere, alla violenza e alla crudeltà che impregnano l’essere vivente e, d’altra parte, alle sue capacità di cooperazione.
A proposito della questione del limite, l’ha indagata per esempio Giorgio Agamben che ha evidenziato come il confine fra l’uomo e gli altri animali passi dentro l’essere umano stesso. Mentre per quanto riguarda la diversità, considerare gli altri animali è un’occasione importante per constatare che è proprio all’Altro, colui di cui non tutto conosciamo e non tutto possiamo comprendere, che occorre avvicinarsi con più rispetto.

Per quanto riguarda la mostra «AAA Animals Among Animals», ha una matrice molto precisa, nasce nell’ambito delle riflessioni portate avanti da Rave, piattaforma teorica che si basa su una scelta di vero e proprio attivismo. Tra gli artisti che rappresenta, diversi hanno scelto letteralmente di trasformare la loro attività e la loro pratica artistica in azione. In questi casi quel carattere trasformativo che l’arte ha sempre è estremamente esplicito; così come è esplicito nell’attività di Rave.

Mi viene in mente Joseph Beuys che parlava del mondo come di una scultura sociale; un’espressione che, a mio parere, deve restare legata al pensiero e alla pratica di questo artista, ma che oggi risuona davanti al lavoro di molti artisti, come quelli in mostra. D’altro canto, al cospetto degli artisti è bene ricordare che le loro posizioni sono ogni volta uniche e che nell’arte i punti di vista restano singolari per antonomasia. La mostra ne raccoglie tanti diversi.

[P.G.] Quanto lei ha detto in apertura sull’animalità richiama la prospettiva e l’orizzonte filosofico dell’antispecismo, che io interpreto come una forma radicale (e necessaria) di rapporto tra l’umano e il resto del regno animale. Lo associo al pensiero politico e alla tradizione della visione politica anarchica, dall’anarchismo classico fino all’eco-anarchismo, oggi presente in filigrana in tutti i movimenti e in tutte le scuole di pensiero impegnate nell’orizzonte dell’uguaglianza, dell’inclusione, dell’intersezionalità.

È anarchismo ogni rifiuto dell’abuso e della verticalità, il rigetto della detenzione di un potere di un individuo su un altro individuo. Ho sempre pensato che non si possa essere autenticamente egualitari se questa vocazione non include tutti i viventi e se non guarda all’equilibrio ecologico e ambientale necessario all’esistenza di altri esseri viventi, posti agli antipodi rispetto alla posizione che io tradizionalmente, come essere umano, occupo su questo pianeta.

Lei ha ricordato Beuys (fondatore, tra l’altro, del primo partito verde d’Europa) la cui sensibilità ecologica è un tutt’uno con il suo sciamanesimo. Nello stesso periodo in cui crea le Free International University, in tutto il mondo nordatlantico montano le lotte per i diritti dei gruppi minoritari e si affermano movimenti che entusiasmano artisti e artiste sulle due sponde dell’oceano, con un numero incredibile di sovrapposizioni e intrecci.

È esemplare il caso del femminismo: ogni donna che abbia articolato un’opera, una serie di azioni o dipinti, una ricerca segnata dall’inquietudine e dalle tensioni per l’uguaglianza di genere, era femminista, irriducibilmente; e in modo analogo potremmo descrivere la posizione di altri artisti che percorrevano il cammino della lotta per i diritti, anche se non sempre lo erano in modo esplicito nelle loro opere. Al contrario la sensibilità ecologica, nonostante si diffonda anche in termini di movimento nello stesso periodo, ha faticato moltissimo a entrare nelle riflessioni estetiche.

Ancora oggi, nel 2022, uno sguardo consapevolmente ambientalista, ecologista o, ancor di più, animalista, ha scarsa cittadinanza nel mondo della ricerca artistica (con importanti, meritevoli eccezioni). Qual è il suo punto di vista rispetto a questo? Sono poche le artiste e gli artisti, le curatrici e i curatori, che integrano la propria ricerca con «la causa», una causa non di minor importanza e cogenza rispetto a quelle per le quali esitano a prendere posizione. Perché succede questo? Perché tocca troppo in profondità le abitudini di noi animali umani?

[G.S.] A uno sguardo consapevolmente ambientalista, ecologista, animalista si può arrivare tramite diverse vie di accesso: dall’empatia, alla riflessione sui diritti, a quella più specificatamente antispecista. Ma, di fatto, le implicazioni di una rigorosa posizione animalista finiscono per toccare l’individuo personalmente, direttamente. Le conseguenze sono pervasive, riguardano ogni atteggiamento, ogni momento della vita quotidiana, ciò che mangiamo e come ci vestiamo. Gli animali e gli elementi di origine animale sono sempre stati e sono tuttora ovunque. Si tratta dunque di mettere in discussione molti aspetti del modo in cui si vive; cosa che può risultare un po’ scomoda per chi non sia disponibile a rivedere la propria quotidianità.

[P.G.] Il cibo, quello che abbiamo nel piatto, è molto legato al piacere personale, penso, e riguarda la sfera dell’autoaffermazione, dell’identificazione culturale e anche, in una certa prospettiva, della consolazione, del conforto più intimo. Si tratta in larga parte di costruzioni emotive e culturali, che si fondano sul piacere, sulla soddisfazione, e che insistono in un’area percepita come inviolabile. Il piacere, ancor più del profitto, determina l’egoismo, l’egocentrismo e l’antropocentrismo. Alla luce di questo, «Animal Among Animals» a chi parla secondo lei e quanto la visione di questa mostra può connettere l’esperienza estetica con la consapevolezza etica? In poche parole, qual è il pubblico di questa mostra?

[G.S.] Il pubblico della mostra è estremamente variegato. Non si tratta necessariamente del pubblico dell’arte contemporanea in senso stretto, e questo rende l’appuntamento particolarmente importante. Quello che abbiamo fatto è stato individuare opere che esprimono il tema nei suoi aspetti più cogenti, in modo chiaro, rigoroso, pungente e graffiante, a partire da punti di vista diversi. Un’intera sezione ruota intorno al tema della fine del sistema industriale, all’interno del quale gli animali sono considerati un bene da consumare.

Altri artisti, nel loro lavoro, sottendono la questione del rapporto di dominio che intratteniamo con gli altri animali: tematiche estremamente serie; eppure nella mostra diverse opere nascono da uno sguardo venato di ironia, a partire dai cavalli senza il cavaliere di Luchezar Boyadjiev, che disarciona i cavalieri dei monumenti equestri consentendo ai cavalli di recuperare la loro autonomia, e di tornare a essere l’emblema di forza e bellezza che erano nell’antichità.

Oppure penso al lavoro di Nada Prija, una manifestazione di animali, piccoli e grandi, che rivendicano la propria integrità e la propria libertà. Per contrasto, da questo lavoro emergono le condizioni terribili in cui attualmente vivono. Marie Voigner si rivolge invece al pubblico con un lavoro che evidenzia le condizioni postcoloniali del mondo attuale, l’orientalismo e la tendenza a esotizzare l’altro, di cui il nostro sguardo stenta a liberarsi. Adrian Paci ed Emma Ciceri raccontano le infinite forme che la convivenza con un altro animale può oggi prendere.
Tante visioni dunque, che si offrono all’interpretazione del pubblico.
 

Uno still dal video «Encounters» (2021) di Elena Mazzi

Pietro Gaglianò, Gabi Scardi, 15 novembre 2022 | © Riproduzione riservata

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