«Satellite» (2018) di Elidon Xhixha

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«Satellite» (2018) di Elidon Xhixha

Dialoghi di Elidon Xhixha e Omar Galliani

A Palazzo Reale i due artisti contemporanei reinterpretano i maestri antichi con l’acciaio e il disegno

È la scultura «Roccia del Mediterraneo» (2019) ad accogliere i visitatori sullo scalone monumentale di Palazzo Reale a Milano, per guidarli verso le quattro installazioni che Elidon Xhixha ha realizzato per la mostra, curata da Michele Bonuomo, «Xhixha. La reggia allo specchio» (dal primo luglio al 3 settembre). Ad accendere il dialogo con le Sale storiche neoclassiche, restaurate di recente, che furono progettate negli ultimi decenni del ’700 per l’arciduca Ferdinando d’Asburgo dall’architetto di corte Giuseppe Piermarini e decorate dai migliori maestri della neonata Accademia di Brera, sono le superfici specchianti delle opere di Xhixha (Durazzo, Albania, 1970; figlio d’arte, si è formato in patria, poi a Milano, Accademia di Brera, e a Londra, Kingston University e ora vive e lavora tra Milano e Dubai): tutte sono realizzate, infatti, con un lucentissimo acciaio inox modellato dall’artista in forma di solidi geometrici lavorati in modo da moltiplicare le superfici riflettenti e, come in un caleidoscopio, gli stucchi, i dipinti, gli affreschi, gli arazzi delle quattro sale si scompongono e si ricompongono nei lavori di Xhixha, amplificando e modificando, grazie alla sempre diversa incidenza della luce, i dati del reale.

Come dice Michele Bonuomo, pesantezza e volume, caratteristiche connaturate alla scultura, «nelle sculture di Xhixha mutano di stato come in un processo alchemico, diventando leggeri e mutevoli nello sguardo dell’osservatore: tutto ciò che è zavorrato a terra diventa aereo e ciò che invade lo spazio è alterato e ridotto nelle dimensioni fino a fondersi con la realtà che lo circonda». Realizzata con il supporto di Imago, Fondazione Giacomini e Banca Mediolanum, la mostra è accompagnata da un catalogo (Silvana). Intanto, a Iseo e nel suo territorio va in scena fino al primo ottobre «Acquariaterrafuoco», personale di Xhixha a cura di Ilaria Bignotti e Camilla Remondina, in cui le lucenti sculture ambientali «Iceberg», «Abbraccio di luce», «Lancio di luce», «Satellite», dialogano con le acque del lago, con il paesaggio e con la comunità, mentre lavori a parete e bozzetti trovano posto alla Fondazione l’Arsenale.

Dal 13 luglio al 24 settembre Palazzo Reale ospita anche la mostra «Omar Galliani. Diacronica. Il tempo sospeso», curata da Flavio Caroli e Vera Agosti. Per l’artista nato nel 1954 a Montecchio (Re) sembra valere l’asserzione «Nulla dies sine linea», attribuita da Plinio il Vecchio ad Apelle, il pittore greco del IV secolo a.C. che non lasciava passare giorno senza esercitarsi. Senza un esercizio costante e reiterato, Galliani, pur dotatissimo nel disegno, non avrebbe infatti potuto raggiungere quella qualità del segno con cui reinventa e attualizza la lezione degli antichi maestri, in opposizione alla smaterializzazione di tanta arte del nostro tempo. A confermarlo è proprio questa rassegna, il cui titolo allude allo studio di un fenomeno attraverso il tempo; il sottotitolo alla «resistenza» (resilienza?) dell’artista nel cimentarsi tenacemente con questo medium antico, da lui sempre rinnovato. Oltre cento opere su carta o su tavola, alcune monumentali, molte esposte in Biennali internazionali (da Venezia a San Paolo, Parigi, Praga, Tokyo, Pechino), ricompongono il suo percorso dagli anni ’70 fino a oggi. Numerosi, infatti, i disegni realizzati per questa mostra, cui si sommano alcuni dipinti a olio su tela, eseguiti negli anni ’80 e poi ogni inverno negli anni successivi: una sola, grande opera pittorica dipinta ogni anno, quando cade la neve.

A Flavio Caroli si deve la partizione del suo lavoro in sei «universi mondi»: l’Universo simbolico e quello mitico, l’Universo psicologico e quello erotico, l’Universo scientifico e quello paesistico. Ovunque, la sua speciale attenzione per l’Asia, area del mondo che l’artista predilige. Oltre a «De Rerum Natura» (2020), opera-guida della mostra, sfilano qui lavori come «Mantra» (anni ’90), in cui la grafite rivaleggia con l’oro; «Omar, Roma, Amor» (2012), «NGC/7419» (2020-21), in memoria del figlio Massimiliano, artista anch’egli, scomparso prematuramente e, per la prima volta nella sua interezza, il grande trittico «Riflessi» (2022-23).

«Satellite» (2018) di Elidon Xhixha

Ada Masoero, 11 luglio 2023 | © Riproduzione riservata

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