«Papa Benedetto XIV» ritratto da Pompeo Batoni, prestato dal Minneapolis Institute of Art in occasione della mostra «The Hub of the World: Art in Eighteenth Century Rome»

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«Papa Benedetto XIV» ritratto da Pompeo Batoni, prestato dal Minneapolis Institute of Art in occasione della mostra «The Hub of the World: Art in Eighteenth Century Rome»

Carlo Orsi e Nicholas Hall rendono omaggio ad Anthony Clark

In occasione del centenario dalla nascita dello studioso, i due mercanti inaugurano a New York la mostra «The Hub of the World: Art in Eighteenth Century Rome»

Nel XVIII secolo Roma era, di nuovo, la capitale mondo. A garantirlo è un testimone d’eccezione, Goethe (1749-1832), che ci visse tra il 1786 e il 1788. A Roma confluiva la futura classe dirigente dell’intera Europa, in quell’ineludibile viaggio di formazione che era il «Grand Tour», e a Roma giungevano artisti da ogni dove, non solo perché c’era la committenza della Chiesa, dell’aristocrazia locale e dei ricchi e colti viaggiatori ma, soprattutto, perché qui c’erano le radici della nostra civiltà. Che offrivano linfa a una nuova e splendida creatività.

A «quella» Roma, e a un suo studioso d’eccezione, Anthony (Tony) Clark (1923-1976), nel centenario della nascita, rende omaggio la mostra intitolata (con Goethe) «The Hub of the World: Art in Eighteenth Century Rome» che Carlo Orsi e Nicholas Hall presentano a New York nella Nicholas Hall Gallery (17 East 76th Street) dal 6 ottobre al 30 novembre: 56 opere raffinatissime, con dipinti di artisti come Jakob Philipp Hackert e Anton Raphael Mengs, di Gaspar van Wittel (Vanvitelli) e Claude Joseph Vernet, di Jacques-Louis David e Anton von Maron, di Joshua Reynolds e di Pompeo Batoni, pittore, quest’ultimo, cui Clark dedicò anni e anni di studi, riscoprendone la grandezza e promuovendone la conoscenza nel mondo.

Fra le sculture c’è il «Rockingham Silenus», con il marmo del I secolo integrato da Bartolomeo Cavaceppi, ma ci sono anche arredi squisiti, come la coppia di monumentali candelabri con la figura di «Antinoo-Osiride», opera di Luigi Valadier, e una consolle disegnata da Piranesi per la Sala Egizia di Palazzo Borghese. Così amava lavorare, infatti, Tony Clark che, oltre a studiare periodi negletti della storia dell’arte (per tutti, l’età della Rivoluzione francese), fu fra i primi storici dell’arte a produrre studi e realizzare mostre in cui si ricostruiva il gusto di un’epoca, integrando quelle che erano allora considerate le «arti maggiori» con quelle che invece erano liquidate come arti «minori». E perciò relegate nei depositi. Ne parliamo con Carlo Orsi.

Carlo Orsi, si può dire che Anthony Clark sia stato un maestro per un’intera generazione di studiosi?
Lo è stato, certamente. Lo provano i suoi taccuini, conservati alla National Gallery of Art di Washington, di cui abbiamo voluto esporre alcuni esempi, e lo provano il suo percorso di studioso e di collezionista: in mostra c’è un buffo ritratto caricaturale di Paolo de Matteis, opera di Pier Leone Ghezzi, che fece parte della sua collezione, formata con molta cultura e poco denaro in tempi in cui queste cose non erano affatto alla moda. La mostra rende omaggio a lui ma si propone anche come una sfida, un gesto controcorrente, perché è un excursus nella ricchezza della cultura della Roma cosmopolita del ’700, dall’antico al Neoclassico, e un viaggio nella loro scoperta attraverso il Grand Tour, in un momento storico, il nostro, in cui il mondo è cambiato: non esistono più figure dalla cultura sconfinata; nei musei ci sono nuovi direttori e giovani curatori più specializzati nel loro ambito di manovra, per i quali questa materia rappresenta una novità. Eppure, viaggiando negli Stati Uniti per organizzarla, ho trovato fra loro molto interesse e curiosità. E Nicholas Hall e io abbiamo cercato un taglio interessante anche per le giovani generazioni.

Come?
Anche con il catalogo, per esempio, cui è stata data una veste più fresca e contemporanea e che è stato concepito in modo da poter essere fruito più agevolmente anche dai giovani.

Il catalogo, appunto, contiene saggi molto documentati ma non paludati: quello introduttivo del suo «fedele amanuense» (come lo definite voi), Edgar Peters Bowron (che, servendosi dei taccuini dello studioso, ha potuto pubblicare la sua monografia postuma su Batoni) e, fra le sezioni con le tavole e le schede delle opere, i testi di chi lo ha conosciuto bene, amando la stessa materia, come l’amico degli anni romani Alvar González-Palacios, che ne ha tratteggiato un ritratto impagabile, o Melissa Beck Lemke o J. Patrice Marandel...
Ecco, a proposito di ciò che dicevo prima sui cambiamenti avvenuti nei musei, la collezione (simile a quella di Clark) formata da Marandel, che era depositata ed esposta al Lacma di Los Angeles, oggi è nei depositi del museo, avendo il nuovo direttore scelto una linea più contemporanea e orientata non più sull’Europa ma su altre aree del mondo. A Los Angeles, se vai al Getty Museum, trovi solo capolavori inarrivabili, se andavi al Lacma trovavi anche il gusto di un’epoca, con opere importanti ed esempi raffinati di arti «minori». Ora non più.

Scorrendo la biografia di Tony Clark, si scopre una figura di esteta sì (anche nella propria immagine: una sorta di Hercule Poirot del secondo ‘900) ma combattivo, certo non allineato. Infatti nel 1975 si dimise clamorosamente dal Metropolitan Museum di New York dove era presidente del Dipartimento dei dipinti europei, e, dopo un breve passaggio in università, nel 1976 si trasferì a Roma, all’American Academy, per dedicarsi alle sue passioni intellettuali. Si può dire che, per indole, sia stato una sorta di Federico Zeri americano?
Per certi versi sì, anche per il suo arsenale di strumenti di studio: la biblioteca, la fototeca e i 61 taccuini con informazioni dettagliate sulla vita di ogni pittore maggiore e minore attivo a Roma nel XVIII secolo, oltre a estese note su mecenati, chiese, palazzi, antichità, mercanti e iconografia: un materiale che oggi è catalogato nell’Anthony M. Clark Archive, Department of Image Collections, National Gallery of Art Library, Washington, ed è disponibile per la consultazione da parte di studiosi e pubblico. Quanto alla fine burrascosa del suo rapporto con il Metropolitan Museum di New York, se ne andò in polemica con lo smembramento, voluto dall’allora direttore Thomas Hoving, della raccolta a lui cara dell’arte della Rivoluzione francese, motivando le sue dimissioni con «il comportamento non professionale e indegno dell’amministrazione del Museo».

Alla sua vasta eredità culturale, nel pomeriggio del 6 ottobre, sarà dedicata una sessione di studio nella Nicholas Hall Gallery, a New York.

«Papa Benedetto XIV» ritratto da Pompeo Batoni, prestato dal Minneapolis Institute of Art in occasione della mostra «The Hub of the World: Art in Eighteenth Century Rome»

Ada Masoero, 04 ottobre 2023 | © Riproduzione riservata

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