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Camilla Bertoni
Leggi i suoi articoliSe il 2016 è stato definito da François Pinault stesso «l’anno dedicato alla Germania, (...) una delle nazioni che presenta la maggior densità al mondo di istituzioni e musei per l’arte contemporanea», il 2018 conferma la stessa direzione per il collezionista: da una parte la collaborazione iniziata appunto nel 2016 con il Museum Folkwang di Essen con la mostra «Dancing with Myself» approda a Punta della Dogana dall’8 aprile al 16 dicembre; dall’altra, Palazzo Grassi ospita, sempre dall’8 aprile, una personale di Albert Oehlen (Krefeld, 1954) dal titolo «Cows by the water» (fino al 6 gennaio).
Firmata a quattro mani da Florian Ebner, nel 2016 curatore capo della collezione di fotografia a Essen, ora con lo stesso ruolo al Centre Pompidou, e Martin Bethenod, alla direzione della collezione Pinault dal 2010, «Dancing with Myself» non è semplicemente un percorso sul ritratto e sull’autoritratto, piuttosto una riflessione sul rapporto degli artisti (32, da Boetti che apre il percorso a Kippenberger che lo chiude, da Cattelan a LaToya Ruby Frazier, con Opalka, Lüthi, Roni Horn, Gilbert & George degli inizi, Urs Fischer e Giulio Paolini) con il corpo dagli anni Settanta a oggi; «il corpo non è il soggetto, ma la materia prima dell’opera», precisa Bethenod.
Centoquarantacinque le opere che a Punta della Dogana attraversano tutti i linguaggi. Provengono sia dalla collezione francese (un centinaio) sia dal museo tedesco, con un’ottantina mai esposte a Venezia e un catalogo arricchito di saggi, tra i quali quello di Angela Vettese. Quattro i filoni intitolati a «Melancolia», «Giochi d’identità», «Autobiografie politiche» e «Materia prima». Si integrano così i nuclei delle due collezioni (come nel caso della serie «Untitled» di Cindy Sherman), si mettono a confronto opere simili degli stessi autori (di Claude Cahun ad esempio) dalle due diverse provenienze o si mettono in dialogo opere di autori diversi. Di Oehlen, sulla linea delle mostre monografiche che a Palazzo Grassi hanno visto susseguirsi Rudolf Stingel, Irving Penn, Martial Raysse e Sigmar Polke, sono esposte a cura di Caroline Bourgeois (dal 2008 art consultant per Pinault) 85 opere dagli anni Ottanta a oggi, sia della collezione Pinault sia provenienti da altre raccolte pubbliche e private.
È la prima grande mostra dell’artista tedesco in Italia, dove è stato conosciuto soprattutto attraverso le gallerie Artiaco di Napoli (la sua prima mostra risale al 2002) e poi Gagosian di Roma. In concomitanza con la sua mostra e con l’apertura della Biennale Architettura, al Teatrino di Palazzo Grassi si terranno in maggio incontri per presentare il progetto di Tadao Ando con cui Pinault sta trasformando la Bourse di Parigi in una nuova sede museale per la sua collezione.

«Untitled #577» (2016) di Cindy Sherman © Pinault Collection. Courtesy of the artist and Metro Pictures, New York