Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Ilaria Sponda
Leggi i suoi articoliLa pratica di Mafalda Rakoš (Vienna, 1994) è strutturalmente aperta e politicamente relazionale nel modo in cui definisce e ridefinisce il ritratto fotografico come uno spazio di cocreazione, soggettività, cura e negoziazione continua: con queste premesse si offre allo sguardo la ricerca dell’artista e fotografa austriaca ospitata fino al 24 settembre negli spazi della galleria FOTOHOF di Salisburgo. Rakoš ci indirizza a guardare oggi al ritratto come a una pratica collaborativa in cui i soggetti fuggono da sguardi estrattivi e dispositivi di rappresentazione paternalisti. La mostra «It’s Yours, It’s Mine: Seven Relational Portraits», curata dall’artista in stretta collaborazione con il team di FOTOHOF e in particolare Peter Schreiner, è un percorso che raccoglie e intreccia sette progetti sviluppatisi dal 2024 ad oggi, alcuni ancora aperti e in divenire. Rakoš ha indagato gli interstizi della memoria, del trauma e dei sistemi di supporto emotivo, costruendo nel corso degli anni una metodologia in cui l’atto fotografico si dilata nel tempo in forme dell’ascolto ed espressione di un’autorialità condivisa.
Fotografia documentaria, pratiche di arte-terapia, performance, scrittura e corti attivano dispositivi visivi e relazionali che non si limitano a documentare, ma rielaborano il significato di osservazione e relazione, rendendola una questione collettiva. Con FOTOHOF costruisce un percorso espositivo in cui il ritratto dialoga con la temporalità espansa dell’incontro, aprendo uno spazio critico sul presente, un intreccio semantico dove immagini e parole si stratificano, frammenti ricombinati capaci di generare nuove forme di intimità e interpretazione.
La mostra prende avvio dalla costruzione di una profonda fiducia tra l’artista e le persone che si riconoscono nelle identità femminili e queer coinvolte, non ricercate come temi di studio o «soggetti fotografici», ma incontrate organicamente lungo le traiettorie e gli eventi della vita personale. La categoria stessa di ritratto diventa così un prisma attraverso cui leggere i dispositivi di empatia che ridistribuiscono il potere dello sguardo. Il percorso dialoga apertamente con le opere e le collaborazioni più recenti di Rakoš: nei progetti realizzati con la sorella Madita Janß, come «With You (Ohh-Aah)» (2026) e «Sister», sviluppato in memoria della sorella Vivian Janß in collaborazione con la madre Nicole, la dimensione affettiva e familiare dell’intimità si fa corpo e memoria fotografica. «Questo nucleo legato al tema dell’assenza, del dolore e della morte trova una naturale continuità politica ed eccezionale risonanza in “8M, Miradas Colectivas”, spiega Rakoš. Si tratta di un progetto collaborativo nato durante la mia residenza a Città del Messico e sviluppato in collaborazione con Daniela Romero Garduño e Luisa M. Zárate durante la marcia di protesta dell’8 marzo 2026. Le immagini sono state stampate con stampante termica al momento e le persone ritratte sono state invitate a intervenire con messaggi e disegni sulle stesse e qui in galleria se ne hanno alcuni esempi». Qui la pratica relazionale diventa un gesto corale che evoca e amplifica «la voz de las que ya no están» («la voce di chi non c'è più», come cita una scritta in una fotografia disposta nell’installazione), trasformando la memoria dell’assenza in presenza viva e resistenza collettiva.
Foto d’allestimento di «It’s Yours, it’s Mine: Seven Relational Portraits». Foto Andrew Phelps
Questi cicli compongono un atlante visivo di vite condivise, un processo a lungo termine che solleva le domande fondamentali della mostra: come il corpo, la perdita e la vulnerabilità possano trovare una narrazione emancipata e d'azione comune. La fotografia come pratica d’incontro e questione politica attraversa l’intera mostra e la ricerca di Rakoš. Così come i linguaggi visivi tradizionali hanno spesso ridotto l’altro a categoria documentaria, oggi la metodologia collaborativa dell’artista suggerisce una strada per decostruire questa dinamica. La genealogia relazionale evocata trova risonanza nelle riflessioni dell’antropologia visuale e dell’etica della cura, che collegano la creazione di immagini alla reciprocità: un processo che restituisce al soggetto il controllo e la coproprietà della propria storia.
Dal punto di vista formale, la sua pratica grafica e testuale, fatta di marcature, scritte sovrapposte, campiture di colore e spray, si colloca visivamente in un’estetica che richiama gli interventi degli street artist e degli sprayer sulle immagini pubbliche, ma anche un vocabolario grafico che il marketing e la comunicazione contemporanea hanno ampiamente cooptato e mercificato. Tuttavia, là dove la pubblicità si appropria di questi gesti per simulare un’autenticità di superficie, il gesto di Rakoš opera in direzione opposta: diventa un atto radicalmente sovversivo e di ulteriore riappropriazione dell’immagine pubblica dei soggetti. L’atto di tracciare segni sulla superficie fotografica non è una semplice decorazione, ma un’iscrizione di presenza, una breccia che rompe la superficie patinata dell’immagine fissa per restituirle una dimensione politica e partecipata. La mostra suggerisce che nessun ritratto è mai neutrale né definitivo, e che l’atto artistico ha il compito di offrire uno spazio di coautorialità a chi ne fa parte. La forza del progetto risiede proprio in questa capacità di riattivare la relazione come atto politico, dove le immagini sussistono come una questione intersoggettiva e collettiva, in dimensioni, ludiche o terapeutiche, in un momento di coscienza di fronte all’insostenibile leggerezza dell’essere, per citare Milan Kundera.