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Giuseppe Chiari, «Pianoforte preparato n. 6», 1982, Bologna, MaMBO

Foto: © ODeCarlo

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Giuseppe Chiari, «Pianoforte preparato n. 6», 1982, Bologna, MaMBO

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L’arte è metodo e potenziale: Luigi Ghirri e Giuseppe Chiari in mostra a Bologna

Il programma estivo del MaMbo celebra i cento anni dalla nascita del maestro fiorentino e della sua arte che percorre quella linea fra logica e intuito, istinto e natura. Nella Project Room del museo invece un’occhiata approfondita alle fotografie di Ghirri durante la sua collaborazione con Gianni Celati

Jenny Dogliani

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Per Giuseppe Chiari (1926-2007) la musica non è una semplice sequenza di note da eseguire su uno spartito, ma un ecosistema vivo e privo di confini in cui il suono si fonde con il gesto, l’immagine e la parola scritta. A cento anni dalla sua nascita, il MAMbo Museo d’Arte Moderna di Bologna celebra la complessa eredità del maestro fiorentino con la mostra «Giuseppe Chiari 1926-2026. Partitura per un museo», curata da Lorenzo Balbi e Mario Chiari, fino al 27 settembre. Il percorso è una ricostruzione filologica che parte dagli anni Cinquanta, periodo in cui Chiari, allora studente universitario diviso tra le facoltà di matematica e ingegneria, inizia ad affiancare al rigore dei numeri una viscerale passione per il pianoforte e la composizione. Il percorso guarda alle origini musicali della sua ricerca con le partiture degli anni Cinquanta, come «Intervalli», nate dal rapporto tra composizione e calcolo. Negli anni successivi Chiari modifica il ruolo della partitura: accanto alle note compaiono istruzioni, parole e disegni che indicano nuovi modi di usare gli strumenti. Nascono così lavori come «Metodo per suonare il pianoforte», in cui l’esecuzione diventa una sequenza di possibilità aperte, mentre acqua, luce, oggetti e materiali esterni entrano nel processo sonoro. Questa duplice natura – logica e intuitiva – segnerà profondamente la sua produzione successiva, spingendolo ben presto oltre i canoni della tradizione accademica. 

Attraversando le avanguardie del secondo Novecento, la ricerca di Chiari ha sistematicamente scardinato il linguaggio musicale, proiettandolo verso l’azione, l’occupazione dello spazio e l’esperienza visiva. Nel percorso espositivo emergono le relazioni dell’artista con Fluxus. Chiari ne sposò la filosofia radicale, la messa in discussione dell’idea tradizionale di opera d’arte in favore di un flusso continuo in cui arte e vita quotidiana coincidono. Nel 1962 il suo Gesti sul Piano è eseguito dal pianista e compositore statunitense Frederic Rzewski al Fluxus internationale Festspiele Neuester Musik di Wiesbaden, uno degli appuntamenti fondativi del movimento. Chiari trasforma l’esecuzione pianistica in una sequenza di azioni: il pianista interviene sullo strumento con il corpo e con gesti non convenzionali, esplorando il pianoforte come oggetto sonoro. Al centro dell’opera ci sono azione, processo, gesto, partecipazione e contaminazione tra linguaggi: musica, arti visive, poesia, teatro, performance. Chiari mantiene una posizione autonoma rispetto alle correnti dell’avanguardia, come la mostra ricostruisce con partiture, pianoforti elaborati, opere testuali, video e documenti d’archivio. La musica è facile del 1972 è la grande scritta manifesto che libera la musica da gerarchie e convenzioni. Al centro della Sala delle Ciminiere dodici pianoforti mettono in scena il corpo a corpo tra l’artista e gli strumenti modificati con pittura, oggetti e interventi che ne snaturano funzione e identità. 

Giuseppe Chiari, «The Cosmic Prayer», 1988, Firenze, Galleria il Ponte. Foto: © ODeCarlo

Dagli anni Settanta la parola assume un ruolo autonomo nella sua produzione. La sezione dedicata agli statement comprende opere come «Art is Easy» del 1984 e 120 pagine, o meglio fotocopie di pagine tratte dai suoi appunti dove le frasi, liberate dalla funzione narrativa e descrittiva, costruiscono un ritmo fatto di parole, immagini mentali e rimandi alla pratica musicale. Alla pratica performativa è dedicata la selezione di video curata da Cosetta Saba, in cui emerge il particolare rapporto tra azione, tempo e dispositivo audiovisivo con lavori dove Chiari porta davanti alla videocamera azioni costruite su elementi minimi: un concerto può nascere dal modo in cui si interviene sullo strumento, o facendo dell’acqua o di una sedia materiali da esplorare attraverso gesti e suoni davanti a una videocamera che videoregistra il processo dell’opera, più che il risultato finale. Una sezione biografica curata da Stefano Cavaliero raccoglie documenti, fotografie e materiali provenienti dall’Archivio Giuseppe e Victoria Chiari di Mario Chiari documentando, tra l’altro, la partecipazione a importanti appuntamenti internazionali come Biennale di Venezia e la Biennale di Sydney. 

Fino al 4 ottobre nella Project Room del museo prosegue inoltre la mostra «Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce», curata da Lorenzo Balbi e Giulia Pezzoli con 81 fotografie di Ghirri del 1989-1991 risalenti ai sopralluoghi e alla lavorazione di «Strada Provinciale delle Anime», primo lungometraggio diretto da Celati e nato dopo l’esperienza letteraria di «Verso la foce» (1989). Il fotografo accompagna la costruzione del film seguendo il viaggio in corriera da Ferrara al Delta del Po con amici, scrittori, studenti e familiari dello stesso Celati. In queste immagini, le ultime realizzate prima della morte nel 1992, il paesaggio sospeso e quotidiano della ricerca di Ghirri si apre con maggiore intensità alla presenza umana e al ritratto. Accanto alla serie fotografica tre film di Celati: «Strada Provinciale delle Anime» (1991), «Il mondo di Luigi Ghirri» (1998) e «Case sparse. Visioni di Case che crollano» (2003).

Jenny Dogliani, 27 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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