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Giuseppe Frangi
Leggi i suoi articoliÈ sempre motivo di grande interesse vedere un artista uscire dalla propria «comfort zone» perché sollecitato dalle urgenze della storia del suo tempo. È il caso della nuova mostra di Matteo Negri alla galleria Orma di Milano, dove lo scultore presenta i suoi nuovi lavori che il curatore Matteo Bergmanini ha messo in dialogo con quelli di un giovane artista brasiliano, Ian Salamente. Il titolo della mostra, «Text me, when you get home», scrivimi quando arrivi, allude a spostamenti che comportano ansia ed incertezza. Spostamenti, o forse migrazioni: l’oceano che separa fisicamente i due artisti attivi uno a Milano e l’altro a Rio de Janeiro richiama alla mente del visitatore lo spazio di un altro mare a noi più prossimo che centinaia di migliaia di persone hanno attraversato o sognano di attraversare in cerca di futuro. Un mare che per tanti, per troppi, è stato invece una tomba. Il titolo assegnato alle sculture-totem di Negri richiama immediatamente quelle esperienze: «Boe». Cioè, forme alle quali le vite restano abbarbicate.
Da tempo l’artista lavora sul tema delle bandiere. Un tema che ha un inevitabile connotato politico, specie in un contesto come quello che stiamo vivendo dove appartenenze sempre più fluide e biografie sempre più nomadi vanno in contrasto con arroccamenti identitari e nazionalisti. Con la tecnica sofisticata dei suoi lavori più noti, Matteo Negri ha mixato geometrie creando pattern per bandiere che rimettono in gioco appartenenze e rimescolano i confini. Ha portato questa sua pratica anche sul terreno concreto di un’esperienza di arte partecipata a San Salvador e ha coinvolto uno scrittore di successo come Marco Balzano, per un libro d’artista ribattezzato «False flag».
I nuovi lavori di Negri sanciscono un coraggioso avanzamento rispetto al percorso fin qui fatto su quel tema. Le sue «Boe» si innalzano aggregando attorno all’asta i resti di vissuti precari e culminando con bandiere che hanno preso forme sofferte e sdrucite (il richiamo corre inevitabilmente al lembo di tessuto sventolato dai naufraghi della «Zattera della Medusa» di Géricault…).
Matteo Negri, Boa IV
Matteo Negri, Boa V
Come scrive Matteo Bergamini nel testo in catalogo, le «Boe» sono «sculture costruite immaginando gli stessi oggetti composti da precari “stampi” di realtà… Negri cristallizza l’effimero dei materiali di scarto, con il più nobile dei metalli: il bronzo». Il risultato sono delle concrezioni intense, commoventi per via di quelle schegge di oggetti-storie annodate alle aste di bambù, ma intensamente drammatiche per il destino incognito di cui si fanno emblema.
Sono opere in cui la testimonianza di una precarietà riesce a farsi forma, e forma fortemente iconica, rifuggendo così la tentazione di farsi discorso. Sono monumenti radicalmente spogliati di ogni retorica, ma monumenti orgogliosamente restano, con quello slancio che li porta, in quanto «Boe», a svettare sopra la superficie delle acque. In questi lavori di Negri brutalità e bellezza camminano in parallelo come vediamo, per esempio, in «Boa V», dove un cuscino con tanto di borchie è annodato all’asta mentre a far da bandiera sono un paio di pantaloni, intrisi di mare, che sventolano con tutto il loro peso di bronzo e il loro carico di vita vissuta. Bandiere affini a quelle «bandiere che sventolano come stracci» di cui scriveva Pasolini nell’indimenticabile elogio degli sconfitti posto all’inizio del suo «Calderón».
Il mare e la dimensione di attraversamento sono ben presenti anche nei lavori di Ian Salamente. Il tonalismo caldo dei suoi quadri contrasta con la durezza spigolosa delle sculture di Negri. Per questo il dialogo tra loro si nutre di un comune sentimento di fondo, cioè di una condivisa preminenza del fattore umano. Come scrive Bergamini i lavori del giovane artista brasiliano hanno a che vedere «con il tema del dislocamento, della convivenza della moltitudine e anche del momento del riposo come stato di abbandono (e di grazia?) nell'infaticabile corsa alle incombenze per una “vita migliore”». Anche in questo caso siamo davanti a un richiamo della storia presente e a quel sentimento di urgenza morale che ridisegna l’immaginario e l’operare di artisti come Negri e Salamente.