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Dieter Urbach, «Hotel Berolina und Kino International», 1966, Berlino, Berlinische Galerie

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Dieter Urbach, «Hotel Berolina und Kino International», 1966, Berlino, Berlinische Galerie

Josef, una mostra per un Kaiser oggi ampiamente sconosciuto

La Berlinische Galerie rende omaggio a uno dei grandi architetti della Germania Est, autore degli iconici Kino International e Café Moskau

Chiara Caterina Ortelli

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Dal 28 agosto al primo febbraio 2027 la Berlinische Galerie rende omaggio a Josef Kaiser (1910-91), tra i grandi architetti della DDR (la Repubblica Democratica Tedesca) e autore, tra l’altro, dell’iconico Kino International sulla Karl-Marx-Allee. Tra disegni, fotografie, filmati e modelli, la mostra ripercorre la sua opera e le tensioni politiche ed estetiche che l’hanno segnata, mettendola in dialogo con lo sguardo di artisti contemporanei. Abbiamo parlato con Ursula Müller, curatrice della mostra e responsabile della collezione di architettura del museo.

Josef Kaiser è descritto come una figura determinante nell’architettura della Germania Est, nonostante oggi sia «ampiamente sconosciuto». Perché ritiene che il suo nome sia caduto nell’oblio? 
Nella DDR l’architettura era considerata soprattutto il risultato di un lavoro collettivo e il contributo dei singoli architetti veniva deliberatamente posto in secondo piano. Dopo il 1990, inoltre, l’architettura della Germania Est ricevette spesso scarsa attenzione, mentre la storiografia architettonica di matrice occidentale si concentrò principalmente sulle figure dei singoli progettisti. Di conseguenza, Kaiser rimase a lungo nell’ombra e gli studi sulla sua opera sono iniziati solo recentemente. I suoi edifici, come il Kino International e il Café Moskau di Berlino, sono invece rimasti celebri e apprezzati, anche se oggi molti non conoscono più il nome del loro architetto.

Come ha affrontato il tema della paternità individuale nella curatela di questa mostra? Per noi era importante non presentare Josef Kaiser come un autore isolato. Dalla metà degli anni Cinquanta, nella DDR l’architettura veniva sviluppata consapevolmente all’interno di processi di progettazione collettivi, più fortemente organizzati a livello istituzionale rispetto alla Germania Ovest e concepiti ideologicamente come un’opera comune. L’attribuzione di determinati progetti al suo nome non implica quindi un riconoscimento automatico di una paternità esclusiva. Il nostro obiettivo era di mettere in luce Kaiser come importante figura creativa, senza tralasciare i contesti di lavoro collettivo in cui è nata la sua architettura. È proprio questo equilibrio a essere determinante per la comprensione della sua opera.

La carriera di Kaiser si sviluppò dal Neoclassicismo al Modernismo. Da che cosa fu determinata questa evoluzione? 
L’evoluzione dell’architettura di Kaiser fu probabilmente influenzata più dalle direttive politiche e dai cambiamenti di orientamento ideologico che da un autonomo percorso di ricerca artistica. Allo stesso tempo, sarebbe riduttivo considerarlo soltanto un esecutore passivo. Nel periodo del nazionalsocialismo la sua attività professionale fu segnata soprattutto da forme neoclassiche e monumentali, cosa che gli facilitò l’inserimento nella DDR, quando l’architettura era inizialmente chiamata a svilupparsi nel segno della «tradizione nazionale». La sua forza consisteva nella capacità di assimilare linguaggi differenti e di tradurre con competenza le mutevoli esigenze politiche e funzionali in soluzioni progettuali concrete ed efficaci.

In mostra tre artisti contemporanei, Veronika Kellndorfer, Karsten Konrad e Tracey Snelling, rispondono all’eredità di Kaiser con una nuova opera. Che cosa desiderava che i loro contributi aggiungessero rispetto al materiale storico? 
Gli interventi artistici aprono prospettive che il solo materiale storico non può offrire. Riprendono temi centrali dell’opera di Kaiser, come la trasparenza, la memoria e la città socialista come modello di vita collettiva, traducendoli in una forma contemporanea e sensoriale. In questo modo non solo propongono nuove chiavi di lettura della sua architettura, ma dimostrano anche come il Modernismo della DDR susciti oggi un rinnovato interesse nelle generazioni più giovani.

Diversi edifici di Kaiser sono stati demoliti o profondamente trasformati dopo il 1990, mentre altri sono oggi tutelati come patrimonio culturale. Come si colloca la mostra nel dibattito attuale sulla conservazione? 
La mostra non si limita a uno sguardo retrospettivo, ma invita anche a riflettere su come l’architettura della DDR sia stata valutata e tramandata dopo il 1990. Un elemento fondamentale di questa retrospettiva è rappresentato anche dal simposio «Sichtbarwerden. Josef Kaiser und die Architekturen der DDR» (Rendere visibile. Josef Kaiser e l’architettura della DDR), che si terrà il 22 gennaio 2027 presso il nostro museo, in collaborazione con il Landesdenkmalamt Berlin e il Leibniz-Institut für Raumbezogene Sozialforschung (Irs), Erkner. Il simposio dedicherà ampio spazio in particolare alla ricezione dell’architettura della DDR dopo la riunificazione, nonché alla questione di quali edifici siano stati conservati, riutilizzati o abbandonati, e per quali ragioni. 

La mostra presenta materiali relativi all’attività di Kaiser come libero professionista nella Germania Ovest. In che modo mette in discussione la sua immagine come architetto esclusivamente della Germania Est? 
I materiali esposti mettono in luce che la situazione nei primi anni successivi alla fondazione della DDR era ancora più aperta di quanto spesso suggerisca una retrospettiva a posteriori: sebbene il confine con la Repubblica Federale fosse controllato, inizialmente non era ancora completamente chiuso. In questo contesto, le attività di Kaiser nell’Ovest non appaiono come una nota a parte, ma come espressione di reali margini di manovra professionali in una fase di transizione. Con la chiusura del confine interno tedesco nel 1952, il confine con la Germania Ovest fu in gran parte chiuso, ma Berlino rimase inizialmente un’eccezione. Il fatto che Kaiser, a metà degli anni Cinquanta, cercasse nella Germania Ovest delle opportunità per mettersi in proprio suggerisce che non condividesse senza riserve gli sviluppi nella DDR e fosse alla ricerca di alternative per la sua attività professionale.

Dieter Urbach, «Die Plattenbauten Alexanderstraße», 1965, Berlino, Berlinische Galerie

Josef Kaiser con ritratto di Bert Heller, 1961, Berlino, Berlinische Galerie

Chiara Caterina Ortelli, 26 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

Chiara Caterina Ortelli

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