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Diane Lima.

Credits Wallace Domingues.

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Diane Lima.

Credits Wallace Domingues.

Il futuro della conoscenza. Intervista alla curatrice Diane Lima

Alla guida della 39.ma Biennale del Museo di Arte Moderna di San Paolo, la curatrice Diane Lima organizza il lavoro di 33 artisti, giovani e mid-career, provenienti da tutto il Brasile. Un'occasione per riflettere su quello che ancora resta della «svolta epistemologica» che ha sparigliato le carte dei paradigmi contemporanei

Matteo Bergamini

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«Depois que tudo foi dito» (Dopo che tutto è stato detto) è il titolo della 39.ma Panorama da Arte Brasileira, la rassegna biennale che il Museo di Arte Moderna di San Paolo dedica all'arte nazionale, la cui curatela quest'anno è stata affidata a Diane Lima (1986), già curatrice del Padiglione del Brasile alla Biennale di Venezia 2026, «In minor keys». Dopo due anni di restauro, la grande riapertura del Museo e della Biennale è prevista per il prossimo 12 settembre, con le opere di 33 artisti provenienti da 11 stati, rappresentando tutte le macro-regioni del Paese: Allan Weber, Chacha Barja, Darks Miranda, Biarritzzz, Rayana Rayo, Rodrigo Cass, Ygor Landarin e Jota Mombaça (che aveva aperto le attività della Fondazione Sandretto a Venezia, nel 2022) sono alcuni dei giovani artisti invitati, attraverso i loro progetti, «a sfidare le forme di pensiero egemonico e le forme di immaginazione categorizzate». Abbiamo intervistato la curatrice

Nel suo testo scrive che in Brasile, specialmente nelle ultime due decadi, si è assistito a una «svolta epistemologica» che ha messo in discussione il passato e i propri canoni di pensiero e cultura: quindi, cosa resta da dire, dopo che tutto è stato detto, su questa mutazione, tanto nelle arti visive quanto nella sfera sociale? Quanto questa «liberazione» ha mosso una prima presa di coscienza?
Questa svolta epistemologica ha fatto si che educazione, politica e arte si siano completamente intrecciate. Se all'inizio vedevamo queste relazioni espresse nell'ambito artistico in forme più figurative o letterali, con l'adozione di un linguaggio in un certo senso molto più utilitaristico, successivamente questi concetti e paradigmi hanno impattato anche il modo in cui pensiamo all'arte: hanno espanso gli stessi sistemi dell'arte, i suoi canoni, norme, strategie, epistemologie e regole. Questo approccio concettuale ha cambiato, per esempio, i modi attraverso i quali abbiamo sfidato e superato i limiti di ciò che l'arte nera avrebbe dovuto essere e per cosa doveva essere conosciuta. Questo tentativo verso una liberazione cognitiva è ciò che questo Panorama cercherà di presentare. Nella questione filosofica che solleva in «After It's All Said», Denise Ferreira da Silva offre un quadro concettuale per leggere l'arte come un confronto, e chiede: «Cosa diventa possibile, o impossibile, quando l'opera d'arte rifiuta qualsiasi cosa che possa essere repentinamente detta su di essa?» Questa condizione significa capire come l'arte possa destabilizzare gli spettatori, le loro convinzioni, i limiti delle categorie e i valori.

Denise Ferreira da Silva, che ha menzionato, nella sua lettura che rifiuta qualsiasi «istantaneità» riguardo a ciò che viene detto sull'opera d'arte, non sembra però tenere conto dell'attualità che irrompe in un'epoca in cui sembra esistere solo ciò che passa sui social media. Come gestire questa parte del presente?
Il punto di leggere l'arte come confronto è abbracciare sia il pubblico che la critica. È una prospettiva che ci fa interrogare sul nostro senso del giudizio estetico, sull'attenzione, sulla riproducibilità delle informazioni, sull'idea di apprezzamento, sui nostri fondamenti epistemologici coloniali e sull'idea di senso comune – tutti implicanti un'universalità che l'opera stessa confronta. La rappresentazione, la riproduzione o gli effetti dell'ipervisibilità dell'opera non sono (spesso) l'opera stessa, e penso che il ruolo della provocazione di Denise ci metta in questa trincea.

Quanto il suo «Panorama» condivide con la Biennale di Venezia, parlando dei «toni minori» che oggi trovano un luogo di parola nel mondo? Le voci un tempo silenziate che ora occupano spazi sempre più istituzionali, rischiano di diventare globali e perdere il proprio respiro?
Io percepisco la curatela come un atto performativo, il che significa che penso sempre attraverso un linguaggio che possa rendere il mio lavoro possibile non solo a livello discorsivo, ma anche a livello pratico o strutturale. Per esempio, mi chiedo sempre come ciò che dico mi porterà a fare qualcosa. Ecco perché la questione di come abitare l'impossibile come metodo curatoriale si unisce a questa comprensione di cui dobbiamo parlare, ma alla quale dobbiamo anche offrire un intervento che prenda forma nel fare, con la presenza, il conflitto e l'attrito. Penso che uno degli elementi più importanti della mia pratica curatoriale sia stato esaminare come la violenza razziale e coloniale abbia già reso il Brasile inevitabilmente globale. Quindi credo che, per quanto ci muoviamo verso l'incompletezza della democrazia, dell'uguaglianza e della liberazione, dovremo trovare strategie per affrontare i bisogni, i vincoli e le sfide che quegli spazi e quei tempi presentano. L'arte non è stata solo un luogo per esprimere e affrontare queste questioni simbolicamente, ma anche a livello etico. Una dimensione che è in grado di esigere l'arte è abbracciare la responsabilità per le questioni di giustizia sociale e riparazione, in particolare considerando il sistema come un luogo in cui possiamo rivendicare la partecipazione alla ridistribuzione del valore all'interno dello stesso meccanismo economico.

Per coloro che non hanno familiarità, come definirebbe l'arte visiva contemporanea brasiliana?
Quella che è possibile, perché stiamo ancora lottando per la democrazia e ancora siamo in cerca di liberazione cognitiva, si presenta in forme oceaniche, porose e mostruose.

Un'altra questione che leggiamo nella presentazione della Biennale: «Le opere selezionate per il 39.mo Panorama dell'Arte Brasiliana, in generale, mettono in discussione ogni modo, ogni forma di presentazione, trasformandola in un confronto – che è la presentazione come rifiuto della rappresentazione». Dunque cosa dobbiamo aspettarci, per quanto riguarda il display espositivo? 
Ci si può aspettare un esercizio sperimentale di forme e materiali, con una forte presenza di sculture e composizioni ibride tra linguaggi, cioè video-sculture, dipinti che sono sculture o oggetti fotografici. L'allestimento è stato sviluppato per abbracciare la fluidità dei dialoghi tra queste opere e la relazione tra interno ed esterno dell'edificio, che si trova nel Parco Ibirapuera a San Paolo.

Parlando di futuro: esiste il problema di una polarizzazione nell'arte brasiliana? Allinearsi o meno ai mercati, alla comunicazione, ai toni del presente, sviluppa pensiero e, dunque, arte, o al contrario cancella percorsi creativi?
Penso che la svolta epistemologica innescata dal movimento delle donne nere e dal femminismo abbia espanso i sistemi dell'arte, i suoi canoni, norme, strategie e regole. Questo approccio concettuale ha cambiato, per esempio, i modi in cui abbiamo sfidato e superato i limiti di ciò che l'arte brasiliana e la sua inclinazione a imitare le tradizioni euro-americane. La maggior parte degli importanti eventi artistici in Brasile è coperta dalla Legge Federale di Incentivo alla Cultura (Lei Rouanet), il che significa che sono finanziati con denaro pubblico attraverso incentivi fiscali. La presenza del mercato sta diventando più forte, ma quello che vedo è un costante tentativo di negoziare e giocare tra le economie che rendono possibile una pratica artistica, specialmente per quelli che, fino a non molto tempo fa, erano completamente cancellati, resi invisibili e privi delle condizioni economiche per sviluppare le loro pratiche.

Installation view «Allan Weber. My Order», 2025, De La Warr Pavilion, Bexhill-On-Sea. Credits Rob Harris.

Matteo Bergamini, 18 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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