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Dal 13 al 16 maggio un’iniziativa nella città turca ha dimostrato di voler ripensare il design: non più come disciplina autonoma, ma anche come pratica critica capace di leggere le trasformazioni del presente
- Alessia De Michelis
- 22 maggio 2026
- 00’minuti di lettura
L’intervento di Marina Tabassum e Melek Zeynep Bulut al Global Design Forum İstanbul 2026
Courtesy People Places Ideas & Global Design Forum. Foto Ahmet Akif Emre
Global Design Forum İstanbul, una piattaforma per riflettere sul rapporto tra architettura, spazio pubblico e identità culturale
Dal 13 al 16 maggio un’iniziativa nella città turca ha dimostrato di voler ripensare il design: non più come disciplina autonoma, ma anche come pratica critica capace di leggere le trasformazioni del presente
- Alessia De Michelis
- 22 maggio 2026
- 00’minuti di lettura
Alessia De Michelis
Leggi i suoi articoliA Istanbul il design ha scelto la transitorietà come nuova forma di permanenza. È questo il messaggio emerso dalla prima edizione del Global Design Forum İstanbul (GDFİ), che per quattro giorni, dal 13 al 16 maggio, ha trasformato la città turca in un laboratorio internazionale di riflessione sul rapporto tra architettura, spazio pubblico e identità culturale.
Più che un semplice forum, l’evento si è configurato come una piattaforma urbana diffusa: installazioni temporanee, talk, performance e interventi site specific hanno occupato luoghi simbolici come Hagia Irene nel complesso del Palazzo Topkapi, il Museo delle Arti Turche e Islamiche e gli spazi affacciati sul Bosforo del Kabataş High School. Al centro del progetto curatoriale, intitolato «Praise of Transience» e ideato dalla direttrice artistica Melek Zeynep Bulut, l’idea di un’architettura capace di accogliere mutamento, partecipazione e fragilità come valori progettuali.
Le installazioni di studi e collettivi internazionali, tra cui Waugh Thistleton Architects, Salon Architects, YAKIN Kolektif e Candaş Şişman, hanno indagato il rapporto tra corpo, materia e temporalità, superando l’idea della costruzione come gesto definitivo. Emblematica «The Red Room», l’intervento firmato da NUN Architecture, Celâleddin Çelik e People Places Ideas: un ambiente immersivo in tulle rosso traslucido che ha trasformato l’atrio storico di Hagia Irene in uno spazio sospeso tra monumentalità e intimità sensoriale.
Il programma teorico, sviluppato dalla content advisor Beatrice Galilee attorno al tema «Worlds in Contact», ha invece affrontato le collisioni tra mondi materiali, politici e corporei. Designer, architetti e curatori provenienti da Doha, Shenzhen, Atene, Dhaka e Accra hanno discusso di sostenibilità, tecnologia, artigianato e potere istituzionale, delineando una geografia culturale in cui Istanbul non è semplice anfitrione, ma soggetto attivo del dibattito globale sul design contemporaneo.
Cofondato con il London Design Festival da Ben Evans e realizzato in collaborazione con People Places Ideas, il Forum segna così un nuovo capitolo nella costruzione di Istanbul come hub culturale internazionale. Una città che, sospesa tra eredità storica e tensione contemporanea, sembra oggi voler ridefinire il design non come disciplina autonoma, ma come pratica critica capace di leggere le trasformazioni del presente.