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Redazione
Leggi i suoi articoliIn occasione dei cinquant’anni dal sisma del 1976, il Comune di Udine promuove un progetto espositivo che sceglie di guardare oltre la tragedia per riflettere sulle profonde trasformazioni del territorio. Dal 17 luglio al 18 ottobre (inaugurazione giovedì 16 luglio 2026, ore 18), il Salone del Parlamento e le sale della Galleria d’arte antica del Castello di Udine ospiteranno «Terremoti e trasformazioni. Fotografia e scienza sul crinale del 1976 in Friuli». Un’esposizione originale che indaga non uno, ma diversi terremoti, concentrandosi sui cambiamenti paesaggistici, sociali e culturali che hanno ridisegnato il territorio, con uno sguardo rivolto al futuro. Realizzata dai Civici Musei e dal CRAF (Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia) in collaborazione con il Centro di Ricerche Sismologiche dell’OGS, la mostra connette diversi linguaggi e discipline.
Al centro del percorso vi è un ricco patrimonio documentale proveniente da Fototeca e Gabinetto disegni e stampe dei Civici Musei, dalla Biblioteca Civica Joppi, da altri archivi nazionali e internazionali e da collezioni private. Questa sezione esplora l’evoluzione vitale della conoscenza del rischio sismico e della cultura della prevenzione, fornendo gli strumenti per leggere le trasformazioni del presente. In questo racconto a più livelli, la memoria d’archivio e la scienza si integrano con gli sguardi di quattro fotografi contemporanei, invitati a confrontarsi con il territorio attraverso residenze artistiche. Gli autori offrono un contributo originale sull’eredità che i terremoti ci hanno consegnato, misurandosi con ciò che oggi è visibile e invisibile nei paesaggi e nelle comunità. Olivo Barbieri sceglie la città di Lubiana come straordinario caso studio paradigmatico. Attraverso l’indagine di specifici dettagli architettonici, Barbieri mostra come la struttura urbana si sia trasformata e stratificata nelle diverse epoche storiche, proprio in risposta e a seguito dei forti eventi sismici. Marina Caneve sposta l’attenzione sulla scienza e sulla registrazione dei movimenti terrestri. Il suo progetto mappa visivamente la rete di monitoraggio sismologico nata proprio dopo il 1976, partendo dallo storico sismografo posizionato nella Grotta Gigante. Le sue immagini creano un dialogo continuo tra i luoghi fisici della scienza, l’ingegneria antisismica, la geologia e i saperi ancestrali legati alla percezione animale dei terremoti. Davide Degano, con il progetto Dreaming the Mississippi, esplora il Friuli contemporaneo leggendo il terremoto non come un anno zero, ma come un acceleratore di trasformazioni e modernizzazioni già in atto. Mettendo in relazione i giovani e i luoghi, restituisce l’immagine di un territorio complesso, in cui convivono le tracce del passato rurale e le spinte della globalizzazione. Giulia Iacolutti sceglie un approccio di indagine basato direttamente sui materiali d’archivio storici. Ingrandendo e isolando frammenti e gesti corporei rimasti ai margini delle fotografie documentarie, esplora la dimensione emotiva del trauma, distanziandosi dalla classica narrazione del modello Friuli (legata all’operosità del fasin di besoi) per dare visibilità a ciò che sul piano psicologico è rimasto inespresso o silente. Curata da Silvia Bianco, Antonio Giusa, Vania Gransinigh e Andrea Pertoldeo, la mostra non è dunque una semplice commemorazione, ma una mappa multidisciplinare per comprendere come il Friuli si sia ricostruito e riformulato, affrontando le sfide del mondo contemporaneo