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Luana De Micco
Leggi i suoi articoliLa 38ma edizione di Visa pour l’Image a Perpignan si apre all’insegna della difesa di un giornalismo investigativo attento, rigoroso e verificato, in un’epoca segnata dalla proliferazione delle immagini artificiali e dalla crisi di fiducia nell’informazione. Il festival internazionale di fotogiornalismo propone dal 29 agosto al 13 settembre un percorso in più di 25 mostre (gratuite) nei principali luoghi storici della città, dalle sale del Couvent des Minimes al Palais des Congrès, dall’Église des Dominicains alla Chapelle du Tiers-Ordre. Nata nel 1989 su iniziativa del giornalista Roger Thérond, la rassegna richiama ogni anno oltre 220mila visitatori. In un editoriale, il direttore Jean-François Leroy prende spunto dalla falsa immagine, generata dall’IA, diventata virale a inizio anno, che mostrava il presidente venezuelano Nicolás Maduro ammanettato tra due marines americani. La fotografia era stata rilanciata da diversi media senza verifiche, mentre le vere fotografie di Maduro in manette, realizzate da professionisti, erano state pubblicate da testate serie: «Questi “vecchi media” condividono con noi, in quanto “vecchio festival”, quell’ortodossia che continuiamo a difendere e celebrare. Con la loro influenza, la loro legittimità e il loro potere, scrive, rappresentano gli ultimi argini contro gli affossatori della realtà».
Paradossalmente, osserva Leroy, è proprio l’avvento dell’IA che potrebbe offrire al giornalismo una nuova occasione di legittimazione: i modelli generativi, per essere efficaci e credibili, devono essere alimentati da dati affidabili e verificati. Non è un caso allora se negli ultimi anni i colossi dell’IA abbiano moltiplicato gli accordi con testate come il «New York Times», il «Financial Times» e «Le Monde» per accedere ai loro archivi e contenuti. Il programma delle mostre riflette come sempre le grandi fratture del presente. La guerra torna al centro della scena con il reportage di Abdulmonam Eassa sul Sudan, precipitato dal 2023 nella guerra e in una delle più gravi crisi umanitarie contemporanee. La rassegna presenta il lungo lavoro di Diego Ibarra Sánchez realizzato in Libano tra il 2015 e il 2026 e il ruolo di Hezbollah. Dall’Etiopia arriva il racconto di Robin Tutenges sulla guerra «invisibile» che devasta la regione dell’Amhara. Di Yoray Liberman è la serie «War Diary» che si interessa al «costo umano» delle guerre, raccontando, al di là di ogni posizionamento politico, la vita quotidiana sotto le bombe degli israeliani dall’inizio del conflitto con l’Iran.
Emergono anche temi sociali e ambientali. Jérémy Lempin affronta il problema dell’analfabetismo in Francia e nella Guyana francese, regione in territorio sudamericano; Hervé Lequeux segue il percorso dei minori guineani che affrontano l’esilio verso l’Europa, da Conakry fino a Parigi; Gaël Turine denuncia gli effetti devastanti del kush, una droga sintetica a basso costo sempre più diffusa tra i giovani in Sierra Leone e Liberia. Gerd Ludwig torna invece a Černobyl’, 40 anni dopo il disastro nucleare, con un lavoro costruito nell’arco di trent’anni. Non mancano poi le grandi retrospettive. L’una, dal titolo «Reporter/Photographe», è dedicata al grande Raymond Depardon, cofondatore dell’agenzia Gamma. Lungo il percorso è allestita una selezione inedita delle sue immagini d’attualità internazionale più iconiche. L’altra retrospettiva, «L’Orient rencontre l’Occident», raccoglie 40 anni di scatti realizzati da Michael Yamashita in Cina per il «National Geographic». Tra le altre proposte figurano il reportage di Jérôme Gence sui matrimoni «virtuali» in Giappone, e la mostra di Paolo Roversi, che porta a Perpignan una serie di immagini dedicate all’India.
Jérôme Gence, «Au Japon, les mariages virtuels», 2025 © Jérôme Gence per Le Figaro Magazine