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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliL’Intelligenza Artificiale ha già vinto una battaglia fondamentale: è riuscita a diventare invisibile. Non la vediamo quasi mai. Eppure organizza il nostro sguardo, decide quali immagini attraversano gli schermi, classifica emozioni, suggerisce desideri, filtra linguaggi, riconosce volti, produce fotografie di persone mai esistite e testi scritti da nessuno. Come l’elettricità o il clima, l’IA è ormai diventata una condizione ambientale. Qualcosa dentro cui viviamo.
È per questo che molte delle opere più interessanti sull’Intelligenza Artificiale oggi non cercano affatto di rappresentarla. Tentano piuttosto di renderne percepibili le conseguenze.
La grande mostra estiva della Schirn Kunsthalle Frankfurt dal titolo «The World Through AI» (11 giugno - 20 settembre) parte esattamente da qui. Non da una fascinazione futuristica per la tecnologia, ma da una domanda più sottile e inquietante: che cosa succede all’esperienza umana quando le immagini iniziano a esistere indipendentemente dagli esseri umani?
Ed è significativo che il progetto non assomigli a quelle esposizioni tech dove il pubblico viene ipnotizzato da pareti Led, avatar e simulazioni immersive. Qui il tono è molto più ambiguo. Più critico. Più politico.
Le circa quaranta opere in mostra, tra installazioni video, fotografie, sistemi generativi e sculture, affrontano infatti l’IA come infrastruttura culturale prima ancora che come tecnologia. Un sistema che sta trasformando simultaneamente ecologia, memoria, lavoro, propaganda e percezione.
In questo senso la presenza di Trevor Paglen appare quasi inevitabile. Da anni Paglen tenta infatti di dare corpo fisico all’invisibilità tecnologica contemporanea. La sua ossessione per internet, per le reti di sorveglianza e per l’infrastruttura materiale del digitale nasce proprio da questa intuizione: confondiamo continuamente invisibile e immateriale. Pensiamo alla «cloud» come a qualcosa di etereo, quando invece il mondo digitale possiede una densità fisica, energetica e geopolitica enorme. Cavi sottomarini, server, satelliti, miniere di litio, deserti pieni di data center. Il virtuale ha un peso ecologico molto reale. Come a dire: l’IA non è magia. È materia energetica, politica, coloniale.
Le opere di Hito Steyerl continuano da anni a muoversi esattamente dentro questo territorio ambiguo dove media, autoritarismo, crisi climatica e circolazione globale delle immagini si fondono in un unico paesaggio tossico. Con lavori come «The Island», in scena fino a ottobre anche negli spazi di Fondazione Prada, Steyerl costruisce ambienti dove l’Intelligenza Artificiale non appare mai neutrale: è sempre intrecciata a sistemi di controllo, propaganda, catastrofe e manipolazione percettiva. E guardando molte opere della Schirn viene spontaneo pensare che oggi il vero medium artistico non sia più l’immagine, ma l’attenzione.
L’IA contemporanea funziona infatti come una gigantesca macchina di produzione percettiva. Decide che cosa vediamo, che cosa ignoriamo, quali immagini diventano virali, quali volti vengono riconosciuti, quali emozioni vengono classificate. Persino la sensibilità estetica rischia ormai di essere addestrata algoritmicamente.
Artisti come Nouf Aljowaysir lavorano proprio su questo cortocircuito. Le sue installazioni e i suoi ambienti generativi sembrano inizialmente seducenti, fluidi, quasi pubblicitari. Poi lentamente emerge qualcosa di più disturbante: la sensazione che il futuro visuale prodotto dall’IA sia già stato colonizzato dal branding, dall’automazione emotiva e da interfacce sempre più invisibili.
Anche Julian Charrière introduce una tensione importante nella mostra. Le sue opere, sospese tra immersione poetica e collasso ecologico, sembrano ricordarci che la tecnologia non esiste mai separata dall’ambiente naturale. Anzi: ogni processo digitale implica estrazione, consumo energetico, trasformazione climatica. L’IA ha bisogno di acqua per raffreddare i server, di territori da scavare, di elettricità continua. Dietro ogni immagine generata artificialmente esiste sempre un paesaggio reale che si consuma. Nel novero degli altri artisti in campo a Francoforte anche Nora Al-Badri, Grégory Chatonsky, Kate Crawford & Vladan Joler, Holly Herndon & Mat Dryhurst, Agnieszka Kurant, Sasha Stiles, e il collettivo collectivo Taller Estampa.
Una sorta di dream team che indica come spesso l’arte contemporanea riesca ancora a essere più lucida del dibattito pubblico. Perché gli artisti non stanno semplicemente chiedendo se l’IA sia «buona» o «cattiva». Stanno cercando di capire che cosa accade all’esperienza umana quando la realtà stessa diventa generabile.
La questione non riguarda più soltanto la distinzione tra vero e falso. Riguarda la progressiva perdita di attrito del mondo.
Le immagini IA sono perfette proprio perché non hanno memoria del corpo. Non conoscono fatica, errore, tempo, incidente. Producono una realtà liscia, infinita, senza resistenza. E forse è proprio questo che molti artisti stanno tentando di sabotare: l’idea di un’immaginazione completamente automatizzata.
Per questo la mostra della Schirn arriva in un momento cruciale. Perché mentre Silicon Valley continua a venderci l’IA come inevitabile accelerazione del futuro, l’arte prova ancora a rallentare lo sguardo. A fare domande. A mostrare le crepe dentro la macchina. Il vero nodo è qui: l’Intelligenza Artificiale non sta sostituendo gli artisti. Sta sostituendo il nostro modo di guardare.