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Roberto Longhi e Giuliano Briganti nel 1962. Foto contenuta in un album fotografico di Luisa e Giuliano Briganti

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Roberto Longhi e Giuliano Briganti nel 1962. Foto contenuta in un album fotografico di Luisa e Giuliano Briganti

Longhi e Briganti, 30 anni di carteggio

Pubblichiamo in esclusiva cinque lettere introdotte da Laura Laureati, allieva dello storico dell'arte romano e autrice del volume pubblicato da Archinto

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Laura Lombardi

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Due volumi editi da Archinto su Giuliano Briganti a 30 anni dalla scomparsa, con un taglio particolare: il rapporto con il suo maestro Roberto Longhi. Saranno in libreria dal 1 febbraio. Uno dei testi è dedicato agli scritti di Briganti su Longhi, il secondo racchiude la corrispondenza inedita tra Longhi e Briganti dal 1939 al 1969. Gli scritti raccolti nel Roberto Longhi di Giuliano Briganti sono reperibili sull’esaustivo sito dedicato a Briganti, ma li troviamo qui introdotti con grande acutezza e sensibilità da Giovanni Agosti nel saggio Un allievo della vita (e di una vita si può ben dire, visto che Briganti conosce Longhi, amico del padre, già da bambino).

Oltre a sottolineare importanti connessioni storico artistiche e letterarie nei decenni che vanno dalla metà del secolo alla morte di Briganti (quella di Longhi era avvenuta nel 1970), Agosti analizza quella che definisce una «storia d’amore sui generis», ricordando che tra i «ferri del mestiere dello storico dell’arte» può esserci anche «una psicologia storica, che tari, sul filo della cronologia, le leggi o i casi del cuore umano». Longhi è barricato dietro un muro di riserbo e discrezione, sempre protetto dall’ironia e capace di far trapelare le proprie emozioni solo in rarissimi casi (la perdita del patrimonio artistico durante la guerra, la visione di un documentario su Marcel Proust).

Diversa è invece la personalità di Briganti, le cui vicende personali e la cui vita interiore più chiaramente si rispecchiano nelle pagine dei suoi scritti e nelle scelte degli artisti da studiare, fin da Il Manierismo e Pellegrino Tibaldi, edito da Cosmopolita nel 1945. L’interesse secondo Agosti nasce proprio dai soffitti di Palazzo Poggi a Bologna con le storie di Ulisse, per quella «narrazione colorata e fantasiosa, quasi ariostesca degli eroi di Ulisse» per la quale Briganti non esita a far ricorso ai versi di Giuseppe Gioachino Belli. Perché a Briganti, nota Agosti, interessano proprio «gli intrecci, anche inaspettati e sul filo della più felici contaminazioni longhiane», al punto da apparirgli una brocca nella «Lucrezia» attribuita a Tibaldi conservata nella Pinacoteca di Bologna, «animata dalla carica espressività grottesca d’un paperotto di Walt Disney». Così come egli esprime, nella lettura delle opere d’arte, il proprio orientamento politico che lo porta ad affibbiare l’appellativo di «estrema destra michelangiolesca» a Daniele da Volterra e a Jacopino del Conte.

Lo sguardo di Briganti sul maestro, i ritratti che ne delinea (commissionati per testi o giornali o per occasioni ufficiali), sono intimamente legati a diversi momenti della vicenda artistica di Giuliano, tra impegni istituzionali e ricerche sull’arte antica e contemporanea che si discostano via via anche dal filone del maestro, al quale pure egli continua a serbare profondo rispetto. Briganti difende infatti Longhi, anche quando viene da molti ormai ritenuto inattuale, come fa nella recensione alle Opere complete di Longhi pubblicata su «Repubblica» nel 1985; ed egli ribadisce come Longhi abbia sempre privilegiato l’«albero della pittura» immune da ogni «innesto letterario», lasciando da parte quella «pittura fantastica e visionaria» alla quale invece Briganti si era rivolto proprio nel suo celebre I pittori dell’immaginario,pubblicato nel 1977 e dedicato al suo psicanalista Paolo Aite.

Ripercorrendo gli scritti, ordinati cronologicamente, troviamo in filigrana mezzo secolo di storia dell’arte italiana e sullo sfondo figure quali Attilio Bertolucci, Carlo Ludovico Ragghianti, Francesco Arcangeli, Gianfranco Contini, Emilio Cecchi, Pietro Toesca, Lorenza Trucchi, Marisa Volpi, Anna Banti, Giovanni Previtali e tutto l’ambiente dell’ateneo fiorentino, con Mina Gregori e le frizioni che si creeranno dopo la morte del maestro; ma anche Eugenio Scalfari, Alberto Arbasino, per non citarne che alcuni. Senza dimenticare Pier Paolo Pasolini che proprio dal volume di Briganti su La maniera italiana trarrà ispirazione per i due tableaux vivants dei dipinti di Pontormo e Rosso Fiorentino ne «La ricotta», episodio di «Rogopag» (1963), come peraltro una celebre foto del libro aperto sul set del film testimonia.

Dopo i ritratti del Longhi «diurno», troviamo anche la suggestione, proposta da Agosti, di un Longhi «notturno», tenuto sigillato, ma affidato a un racconto che compare nella seconda parte del volume: Le strade dell’Anatolia, scritto per una mostra alla Galleria dell’Oca allestita da Costantino Dardi; Briganti sceglie di contribuire non con una presentazione ma con «un piccolo racconto dove non vi è altro insegnamento che quello offerto dalla libera fantasia». Ed è in quella novella che appare tra il sonno e la veglia una figura non identificata, ma inconfondibile, il «Maestro» alto e con l’immancabile sigaretta che gli pende dalle labbra. Un’apparizione che presto svanisce ma che Briganti insegue…

Proprio il taglio intimo che Agosti ci invita a indagare rileggendo gli scritti di Briganti su Longhi, è indissolubile dalle lettere inedite qui raccolte e annotate da Laura Laureati: quelle di Longhi sono state conservate nell’archivio Briganti, in via della Mercede 12a a Roma, da Luisa Laureati, moglie di Giuliano per vent’anni fino alla morte, che ha fortemente voluto questa pubblicazione. L’intero archivio si trova dal 2018 nel fondo Briganti alla Scuola Normale Superiore di Pisa, mentre le lettere di Briganti a Longhi sono nell’Archivio della Fondazione Longhi a Firenze, al momento al centro di un progetto di digitalizzazione, che dopo il riordino dell’archivio ha interessato tutta la corrispondenza e altre sezioni documentali.

Oltre all’interesse e al piacere della lettura, la corrispondenza fornisce ulteriori tasselli alla vicenda che lega maestro e allievo, anche se sono forse solo «spiragli», nota Agosti, data la reticenza dei due «eroi». Il tono di Longhi è sempre cordiale e con notazioni ironiche, come quando, scrivendo a Giuliano, dice che Lucia, in arte Anna Banti, è in bagno e lei ne esce e annota un commento scherzoso, oppure quando nelle lettere all’allievo fa commenti sagaci e di notevole presa in giro, come quella nei riguardi di un certo signor Creighton Gilbert, che ha scritto su un dipinto di Cerquozzi - Angeluccio, acquistato nel 1942 dal museo di Detroit (cfr. lettera,18 maggio 1949).

Giuliano si rivolgerà sempre a Longhi con «Gentile», «Gentilissimo», «Professore» o al massimo «Mio caro Professore», anche nei messaggi più frettolosi, incalzanti, che rispondono ad altrettanti, talvolta perentori sebbene scherzosi inviati dal suo maestro, dove si affrontano questioni più «pratiche» quali appunto attribuzioni, vendite di opere, articoli da pubblicare («Per la casa di P.zza Ricci, già mi avvedo che non se ne farà nulla, scrive Longhi a Briganti, mi dispiace che tu abbia dovuto perdere tempo con quei pazzi gagà», 10 ottobre 1946).

È significativo che l’edizione critica, molto accurata, sia stata realizzata proprio da un’allieva di Briganti, Laura Laureati, volendo, come annota, tentar di rispondere a un desiderio del suo maestro. Briganti, infatti, in un ricordo dell’amico e collega Carlo Volpe nel 1984, scriveva che «gli allievi e non solo i libri, come ha detto un grande scrittore tedesco di questo secolo, sono fatti per riunire gli uomini al di là della morte e difenderci contro il nemico più implacabile di tutta la vita: la dimenticanza».

L’epistolario Briganti - Longhi risente certo della vita movimentata di Giuliano, con trascorsi e separazioni affettive e conseguenti traslochi, ma anche, per Longhi, delle vicende della seconda guerra mondiale, che lo costrinsero a cambiare dimora. In certi anni troviamo solo le missive di Briganti a Longhi, e Laureati offre alcune proposte per lettere non datate, cercando di ricostruire il puzzle a partire da sottili indizi biografici. Dal carteggio emergono alcuni temi inediti o poco noti, tra cui ad esempio l’attribuzione a Caravaggio del dipinto che ritrae Maffeo Barberini, che spetta a Briganti, il quale trasferisce al maestro il diritto di pubblicare il quadro. Oppure il tentativo (fallito) di Longhi di impossessarsi della direzione della rivista «Emporium» nel 1948, quando Longhi era in commissione alla Biennale di Venezia, pensando di far trasferire un restio Briganti a Bergamo per esserne redattore; oppure la creazione nel 1950 di «Paragone», sul modello della inglese «Horizon. A Review of Literature and Art», fondata dieci anni prima da Cyril Connoly e Peter Watson, con le preoccupazioni di non vederla andare a fondo troppo presto e di poter raggiungere i cento numeri.

Briganti, subissato dalle richieste del suo maestro, che riguardano anche tante altre incombenze (tra cui la costante fornitura di fotografie per le sue ricerche e il suo essere corrispondente di Longhi da Londra dove Briganti spesso si reca), sceglie a volte di compiere «una lunghissima eclissi, come le comete», secondo la pungente definizione che ne dà Federico Zeri, dedicandosi ai suoi interessi che lo portano verso anche l’arte contemporanea, fin da quando aveva seguito il «Seminar in American Studies» a Salisburgo tenuto da James Johnson Sweeney, alla fine del quale, l’1 marzo 1949, scriverà l’ancora inedito testo «Art criticism in Italy, now».

Legato a «Paragone» è il famoso indovinello, il photomontage, che appare nel primo numero e al quale Briganti lavora accanito «con grande spreco di colla»: un gioco al quale Briganti sottoponeva Longhi e Alberto Graziani (allievo anche lui del maestro, ma precocemente scomparso) fin dal 1941 e che era diretto riflesso del metodo del maestro, ma reso appunto in forma più fantasiosa, com’ era proprio del carattere di Giuliano. All’«Indovinello a premio» Laura Laureati dedica anche l’«Appendice» del carteggio.

Le lettere testimoniano poi la genesi del Pietro da Cortona o della pittura barocca, cui Briganti si dedica dal 1948 al 1962 e che sarà pubblicato nella Biblioteca di Proporzioni, diretta da Longhi per la fiorentina casa editrice Sansoni (la stessa, che pubblicherà il volume Artemisia scritto dalla moglie di Longhi, Lucia Lopresti, il «romanzo grosso», come lo cita Longhi in una lettera a Giuliano del 2 settembre [1947], scritto con lo pseudonimo di Anna Banti e prima rifiutato da Longanesi). Nella corrispondenza si coglie come la scelta di Pietro da Cortona sia solo, nell’intento di Briganti, un filo conduttore per un’analisi più profonda del Seicento e per la definizione di «Barocco».

Fra i tanti temi che emergono, quello della partecipazione alla commissione per la restituzione delle opere d’arte sottratte dai tedeschi durante il secondo conflitto mondiale, impegno cui Briganti si dedica per anni con Rodolfo Siviero e con Longhi e che sfocia in incontri a Bonn e a Baden Baden tra il 1953 e il 1954. Un argomento che ci riporta, come tanti di questa corrispondenza, all’altro volume dove Agosti ricorda l’ansia di Longhi nei confronti delle distruzioni operate dalla guerra e l’impegno invocato il 30 dicembre 1944 in una lettera aperta a Giuliano su «Cosmopolita», in cui Longhi esortava gli storici dell’arte a intraprendere un «esame di coscienza», sul proprio ruolo nella società, sulle responsabilità in merito alla tutela del patrimonio «mentre i monumenti rantolano a cranio scoperchiato».

LEGGI l'anteprima esclusiva di una parte del carteggio

Giuliano Briganti, «Roberto Longhi»,
a cura di Giovanni Agosti, pp.162, 5 ill. b/n, Archinto, Milano, € 18

Giuliano Briganti, Roberto Longhi, «Incontri. Corrispondenza 1939-1969»,
a cura di Laura Laureati pp. 201, Archinto, Milano 2021, € 18



Roberto Longhi e Giuliano Briganti nel 1962. Foto contenuta in un album fotografico di Luisa e Giuliano Briganti

Laura Lombardi, 26 gennaio 2022 | © Riproduzione riservata

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