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Un ritratto di Ali Kazma

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Un ritratto di Ali Kazma

Lo sguardo nomade di Ali Kazma

Alla Triennale Milano un incontro tra il videoartista e il Premio Nobel per la letturatura Orhan Pamuk

Francesca Interlenghi

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Domenica 19 novembre, alle ore 11 presso il Salone d’Onore della Triennale di Milano, si terrà un talk tra Orhan Pamuk e Ali Kazma. L’incontro organizzato dalla galleria Francesca Minini, in collaborazione con BookCity e Triennale Milano, sarà moderato da Caroline Corbetta, curatrice d’arte contemporanea e giornalista. La conversazione tra il videoartista Ali Kazma (Istanbul, 1971) e l’autore, artista e Premio Nobel per la letteratura nel 2006 Orhan Pamuk (Istanbul, 1952) mutua il titolo «Sentimental» dall’opera video di Kazma, esposta in galleria in occasione della sua personale «A House of Ink». Un momento di confronto tra autore e artista, non solo per scoprire il rapporto da cui è nato il lavoro, ma anche per approfondire le loro pratiche di produzione.

Ali Kazma, circa dieci anni fa lei ha iniziato a indagare il tema della letteratura e dei libri con l’obiettivo di rendere visibile il processo creativo dello scrittore. Ci può spiegare le ragioni di questo interesse?
Sono sempre stato motivato a esplorare i diversi ambiti in cui si dispiega l’agire umano: l’artigianato, l’architettura, la danza, come i nostri corpi si muovono nello spazio, con l’obiettivo di indagare le modalità in cui diamo forma alla nostra esistenza. In quest’ottica, i libri e la letteratura hanno sempre svolto un ruolo molto importante per me, sicché avevo bisogno di includerli nella mia ricerca. Ma è molto difficile realizzare un lavoro visivo sulla letteratura, sebbene esista una nutrita filmografia a riguardo. Si tratta per lo più di narrazioni cinematografiche, che si concentrano sulla vita dello scrittore o del poeta, non sul processo di creazione in sé. Dopo dieci anni di tentativi sono riuscito, con Orhan Pamuk, a mettere a frutto tutto quello che ho imparato e a trovare il giusto modo per approcciare la questione.

Il video «Sentimental» (2022), che dà il titolo al talk, nasce da una conversazione con Pamuk in merito a un viaggio e si sviluppa con una serie di vostre considerazioni sulla distinzione, elaborata da Friedrich Schiller, tra poeta naive e poeta sentimentale. Qual è la genesi di questo lavoro?
Era giugno 2022 e mi preparavo a intraprendere un viaggio in moto attraverso la Grecia, l’Italia, la Svizzera e la Francia. In quei giorni stavo filmando nello studio di Pamuk alcuni dei suoi oggetti. A un certo punto, scendendo dal piano superiore della sua abitazione, dove è solito lavorare, mi disse: «Sto facendo qualcosa di davvero unico e forse ti piacerebbe riprenderlo». Doveva mettere la sua firma su 3mila fogli e ovviamente per me era molto interessante poter catturare i suoi gesti, la reiterazione dei suoi movimenti durante la scrittura. Dopo circa cinque minuti di quell’attività piuttosto monotona, abbiamo iniziato a parlare del viaggio che avrei fatto di lì a poco. Pamuk era interessato a una serie di dettagli: come mi sarei trasferito da Istanbul a Basilea, quali strade avrei percorso, l’itinerario che avrei scelto. In maniera naturale, la conversazione è scivolata sul suo libro The Naive and Sentimentalist Novelist in cui, prendendo a prestito la definizione di Schiller, distingue tra poeti sentimentali, che sono riflessivi ed emotivi, e poeti naïf, che scrivono invece spontaneamente e ingenuamente. Facendo un paragone, io che andavo in giro per il mondo potevo essere considerato naïf. Lui per contro, seduto alla sua scrivania, impegnato in un viaggio più mentale che fisico, poteva dirsi sentimentale. Ovviamente nessun artista appartiene totalmente all’una o all’altra categoria, ma certamente io ho più spiccata l’attitudine a raccogliere dall’esterno gli elementi che ritengo utili per creare. Mentre parlavamo, ho pensato che avrei dovuto rendere visibile quel nostro dialogo, trasformandolo in un video. Così, una volta partito, ho scattato foto dell’Abruzzo, di Genova, Bologna, Basilea e la Grecia e ho combinato pochissime di quelle immagini con altre di Pamuk intento a firmare. A fare da tappeto drammaturgico al dittico, la nostra conversazione, quella di due artisti che si incontrano, si misurano con certe tematiche e offrono spunti per ulteriori riflessioni.

Può dirci allora come il suo essere naïf abbia influenzato la realizzazione di «A House of Ink» (2023), l’altro video dedicato allo scrittore turco, che ha dato il titolo alla mostra da Francesca Minini?
Il mio lavoro è, in questo senso, un po’ nomade. Ho una base, un punto fermo che sono i miei occhi, le mie orecchie e il mio cervello. E forse dovrei aggiungere anche la mia sala di montaggio, che è il luogo in cui finalizzo i miei video. Ma, a parte questi, sono sempre io che mi muovo con la mia macchina fotografica per andare dove si trova il soggetto che mi interessa. Può essere in Islanda o al Polo Nord o a poche centinaia di metri da casa, com’è accaduto con Pamuk. Mi piace prendere le immagini dal mondo e da esse imparare. Mi piace dar loro una forma, che possa essere foriera di nuove idee e nuovi spazi di pensiero. E mi piace credere che ogni mio lavoro aggiunga ulteriore stratificazione e articolazione alla riflessione, ampliando lo sguardo sul mondo.

La peculiarità di questo video a tre canali è l’asincronicità delle immagini, sicché ogni proiezione del trittico scorre con il proprio ritmo e con diverse durate, generando continuamente inedite e uniche combinazioni di suoni e immagini. Perché questa scelta formale?
Fin dall’inizio ero consapevole di quanto sarebbe stato difficile realizzare un lavoro visivo sul processo creativo di Pamuk. Una dinamica complessa, che però volevo emulare. Perché è qualcosa che avviene nella mente e nel corpo, in un fluire continuo, che dipende dall’umore del momento e dalla disponibilità che abbiamo nel recepire gli input che arrivano dall’esterno e che possono assumere significati sempre diversi: così un albero, un certo tipo di luce, il colore del cielo, il profumo di una stanza. Sincronizzare le immagini proponendole in sequenza, di modo che una originasse l’altra, sarebbe stato molto più semplice ma non avrebbe dato conto di questa complessità nella quale io credo risieda la radice, il livello più profondo della nostra coscienza. Ho deciso perciò di correre un rischio e di optare per immagini asincrone, che sentivo avrebbero potuto generare una narrazione diversa. Anzi, sempre diversa, perché cambia ogni volta che lo spettatore entra nella stanza. Questa è stata la mia grande sfida: dovevo essere in grado di prevedere giustapposizioni incidentali ma felici, altre non così felici, dovevo decidere quali immagini avrebbero funzionato tra loro e dovevo in qualche modo lasciar andare il controllo sul mio lavoro. Il video che ne è risultato è un processo creativo esso stesso, un laboratorio di astrazione, una fabbrica del pensiero. 

Concludendo, quale ritiene sia il ruolo dell’immagine nell’era dell’immagine? Quale il senso di produrne di nuove, considerando il bombardamento mediatico al quale siamo quotidianamente sottoposti? 
Oggi aggiungere immagini al mondo non è un compito facile, non è una decisione che un artista può prendere con leggerezza, proprio perché ne siamo bombardati. Sono per lo più immagini già consumate, che portano con sé un proprio significato, un proprio cliché. Immagini propagandistiche, che in un certo senso dicono che il mondo non è un posto poi così difficile o complesso in cui stare. Il mio tentativo è quello di andare oltre, di crearne di nuove che sollevino questioni su che cosa significhi esistere, che mettano continuamente in discussione le domande a cui abbiamo già dato risposte. Così da avere più possibilità di scegliere, di pensare, di vivere, di essere. 
 

Francesca Interlenghi, 17 novembre 2023 | © Riproduzione riservata

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